
La questione, per quanto ci riguarda, è annosa. Scriviamo da quando eravamo adolescenti e fin dall’inizio ci hanno ispirato locations esotiche. Abbiamo scoperto solo in seguito che questo poteva essere un handicap al momento di proporsi alle case editrici. Il ragionamento, fin dai tempi di Tondelli, è che si deve scrivere quel che si conosce, quel che si sperimenta, quel che si vive quotidianamente. E la nostra immediata domanda è stata: ma Tolkien viveva nelle Terre di Mezzo? Frank Herbert abitava sul pianeta Dune? Salgari veleggiava tra le isole del mar della Sonda? Per farla breve l’ambientazione di questo noir non poteva che essere Chicago. Una metropoli percossa quasi costantemente dal vento, fredda, lambita da un lago grande come un mare. Una città che per noi assurge a simbolo delle distanze tra esseri umani, della solitudine, della violenza che può scatenarsi all’improvviso come un temporale che giunge dal Michigan. Una città simbolo che abbiamo studiato con attenzione, documentandoci sulla disposizione dei luoghi, sulle distanze, sulla reale dislocazione dei distretti e delle aree di competenza del dipartimento di polizia.
Domanda a seguire: ci siete mai state? No, ma a detta di chi invece ci vive abbiamo saputo coglierne il sapore, lo spirito, l’atmosfera. La scrittura sa compiere di questi miracoli. In una sorta di transfert siamo riuscite sempre a rendere credibili i nostri luoghi immaginari. L’Irlanda mistica di “Eibhlin non lo sa…”, la Ramallah sotto assedio di “La guerra dei sordi”, la New York del proibizionismo in “New York 1920 – il primo attentato a Wall Street”.
E dopo aver licenziato il romanzo, ognuno di questi luoghi ha finito con l’appartenerci dandoci la sicurezza che il giorno in cui visiteremo Chicago, la riconosceremo. Non sarà una scoperta, ma un ricongiungimento.
Quella trascorsa non era stata una nottata tranquilla. C’era stata una retata e Sandy aveva dovuto occuparsi di tre minorenni dalle braccia piene di buchi e di una prostituta di sedici anni con un viso lentigginoso coperto di trucco pesante.
Era l’alba quando uscì dalle salette per gli interrogatori, con quel viso ancora davanti agli occhi e nella mente le parole che aveva ascoltato. Il racconto di una vita di squallore che non avrebbe lasciato scampo a Judy né a nessun’altra come lei, passata da un’infanzia infelice a un letto aperto a chiunque.
Mandò giù a forza un pessimo caffè, infilò il soprabito e uscì.
L’estate era vicina ma a quell’ora il vento proveniente dal lago prendeva d’infilata Foster Avenue facendo sentire tutto il suo gelo. La fermata del bus era nei pressi del parcheggio del distretto, vi si diresse e sedé sulla panchina bagnata dall’umidità della notte, con il vento che le sbatteva ciocche di capelli sul viso.


Durante una presentazione di questo romanzo, il relatore (lo scrittore napoletano Maurizio de Giovanni) definì il nostro libro un calcio nelle balle diretto espressamente ai signori uomini. Diciamo che aveva ragione, ma diciamo anche che non era un obiettivo prefissato. Il fatto e’ che la storia ci ha condotte dove voleva andare, come sempre fanno le storie, almeno con noi. E ci siamo ritrovate a interagire con personaggi maschili che, per lo più, sono schiavi di un certo modo di intendere la propria fisicità. Non possiamo svelare molto, trattandosi di un giallo noir, ma a grandi linee ne è uscito che gli uomini (non tutti, ma una buona parte) non riescono a tirarsi indietro davanti ad un’esplicita profferta sessuale. E questo anche se hanno il fondato sospetto che potrebbe rivelarsi un’avventura pericolosa, se non fatale.
Nel nostro romanzo ci sono più uomini che donne, ma i loro ruoli finiscono per essere subalterni. Sono oggetti e non soggetti della vicenda. Questo vale anche per i due personaggi maschili principali: il capitano Ian Vernon e il tenente Valerio Greyford.
Sebbene siano amici, non potrebbero essere più diversi tra loro.
Il capitano Vernon ha un doloroso passato (ha perso la moglie, uccisa per una rappresaglia nei suoi confronti) e un presente fatto di solitudine e dedizione al lavoro. La paura di soffrire di nuovo lo ha convinto a blindare il proprio cuore e a sottrarsi a qualsiasi coinvolgimento con l’altro sesso.
Il tenente Greyford è di tutt’altra pasta. Intanto ha origini italiane, poi è decisamente attraente e deciso a sfruttare il proprio ascendente sulle donne. In un certo senso anche lui ha blindato il proprio cuore, a tutto vantaggio di una promiscuità sessuale che lo rende il gallo vincente tra le colleghe del distretto.
Erano davanti al distributore.
“Ti vedo pensieroso”, disse il capitano Vernon porgendogli il caffè.
“Credo di aver commesso un errore di giudizio”, rispose Valerio rifiutando lo zucchero.
“L’importante è riconoscerlo.”
“Già, ma non credo che la parte in causa mi concederà un appello.”
Ian sorrise.
“E’ l’agente Marler la parte in causa?”
Val lo guardò stupito.
“Credevo di non aver dato nell’occhio.”
“Errore. E più che mai hanno dato nell’occhio le manovre di Marler. Le sue gambe sono degne di ogni attenzione.”
“Ian, mi sorprendi. Tu che guardi una donna.”
“Sono un uomo.”
“Sembrava te ne fossi dimenticato. Cosa aspetti a trovarti una compagna?”
“Per perderla di nuovo?”
“Sono passati anni. Non puoi continuare a pensare a lei.”
“Continuerò a pensare a lei per il resto dei miei giorni.”
“Lo so, ma non è giusto.”
“Sono poche le cose giuste al mondo.”

Chi ha letto i nostri precedenti romanzi, sa che una costante è la presenza di due donne protagoniste. Forse perché due siamo noi.
L’idea per questo romanzo nacque da un’immagine: una giovane recluta di polizia che arriva nel distretto di assegnazione. L’impatto con una realtà immaginata ma non vissuta, la necessità di corazzarsi contro l’inevitabile nonnismo, la ricerca di un’alleata, magari più esperta.
Eccole qui, quindi, le due protagoniste.
Da una parte la recluta Sandy Delano, appena uscita dall’Accademia di Polizia, forte di una laurea in psicologia e con una propensione per il sociale.
Dall’altra l’agente Lanee Marler, tutta protesa verso una carriera di detective che le permetta di far valere il proprio intuito. Troppo diverse per diventare amiche, almeno all’inizio.
Sandy vuole rendersi utile, vuole aiutare le donne umiliate e offese, i bambini vittime di violenze familiari. Vuole combattere a mani nude contro le ingiustizie del mondo.
Lanee vuole il distintivo da detective, vuole calarsi negli abissi più bui dell’animo umano, vuole capire, analizzare, stanare.
Sandy si lascia colpire e ferire dalla realtà che la circonda, ha una profonda empatia nei confronti delle vittime.
Lanee oppone al mondo che ruota intorno al distretto la corazza di una mente analitica e la forza di vedere nelle vittime solo dei casi da risolvere.
Alla scrivania dell’agente Delano era seduta una ragazzina sui dodici anni, con la faccia pesta e un braccio appeso al collo. Aveva gli occhi scuri pieni di lacrime represse. Sandy le porse un kleenex carezzandole la testa, quindi si alzò avvicinandosi a Lanee.
“E’ scappata di casa dopo che il fratello l’ha...”
“Lo so, gliele ha suonate di santa ragione. E’ Maria Morales, una vecchia conoscenza. Abbiamo più volte diffidato il fratello, ma non siamo mai riusciti a trascinarlo in tribunale per togliergli la tutela di Maria. Sotto effetto delle botte la bambina viene qui e si sfoga. Dopo di che suo fratello torna a essere la persona più cara al mondo. I portoricani sono fatti così.”
“Lanee, ha un braccio rotto ed è coperta di lividi. Dobbiamo andare a parlare con suo fratello.”
“Altri hanno tentato, e hanno ottenuto solo insulti.”
“Non è un buon motivo per lasciare la bambina nelle mani di un pazzo.”
Il lamento di Jupiter
C’è un bambino che abita nell’appartamento al primo piano. La sua stanza è proprio sotto la mia. Ha tre anni, non parla ancora e si muove solo in passeggino quando esce con la madre o la nonna. Si esprime con mugugni, piange spesso e i suoi lamenti sono prolungati. Non conosco il suo nome. Una volta ho provato a chiederglielo. Non ha risposto e mi ha guardato con espressione trasognata. Sua nonna ha alzato le spalle e ha detto, a testa bassa: “E’ un bambino timido”.
L’ho visto sorridere una volta sola, dal barbiere poco distante da dove abitiamo. Stava seduto sulla poltrona riservata ai bambini, quella con la testa di cavallo in acciaio e la pedana con sopra la scritta Jupiter attraversata da una saetta. Teneva le mani sulla criniera, avvolto dal telo bianco. Continuava a muoversi sulla poltrona, a saltellare su e giù, col busto in avanti. Urlava, sbuffava, pestava i piedi sulla pedana e ogni tanto si fermava guardando incuriosito la sua immagine allo specchio. Le vene dell’esile collo gonfie, il viso rosso, i nervi tirati.
Mi sono fermato un minuto a osservare quell’esplosione di emozioni che schizzavano attorcigliate tra loro. Il padre del bambino assisteva inerme. Il barbiere stentava a nascondere imbarazzo e apprensione. Gli altri clienti facevano finta di niente e continuavano a leggere le riviste di gossip datate e ormai consunte dall’uso.
E’ stata l’unica volta che ho visto un moto vitale in quel bambino.
Tutte le altre volte, ogni pomeriggio da un anno a questa parte, dalla stanza sotto la mia giunge la voce della madre che lo insulta e lo minaccia, perché il bambino non parla. Cosa vuoi?! Dimmi che cazzo vuoi da me?! Parla o… vaffanculo! E’ un crescendo che culmina con pugni sul tavolo, porte sbattute, urla e parole che sarebbe improprio definire parolacce. Sono qualcosa di più, fulmini che ti passano da parte a parte.
Ogni giorno mi aspetto il peggio.
Ogni giorno la stanza sotto la mia è colpita da saette che inceneriscono i nervi, dopo averli attraversati con scariche di rabbia ad alto voltaggio.
Ogni giorno sento un bambino che agli insulti della madre risponde come può: timidi lamenti, seguiti da urla soffocate vestite da mugugni e da pianti terrorizzati, rantoli tra un respiro e l’altro. Più il bambino piange, più la madre inveisce.
A volte mi è venuta la tentazione di comprare su e-bay una poltrona identica a quella che ha il barbiere sotto casa, staccare la testa del cavallo e introdurmi nottetempo nell’appartamento di sotto per infilarla nel letto dei genitori. Magari insanguinata.
Ogni giorno, verso le sei di sera, scende il silenzio.
E’ un silenzio senza fondo, un buco di cui non si riesco a percepire il diametro, a scorgerne la profondità e la ragione.
E’ il lamento di Jupiter.
Un fulmine che dal piano di sotto buca il pavimento e mi passa da parte a parte, mettendo in fuga tutte le parole.
Silenzio.
Andava magari a Pavia per un lavoro e tornava la sera tardi, la notte, col treno.
Il giorno dopo magari mi diceva, se ne aveva voglia: <<Mi sono recata a Pavia dalla Tronim e poi, visto che ero lì, sono andata anche a Piacenza alla Pertite. Tutto bene.>>
Poi andava a Milano e a Lodi, in macchina, nello stesso giorno. Se la meta era Bergamo si portava anche a Brescia, se si doveva andare a Padova manco male che non si spostasse a Treviso per trattare con la Benetton.
Non è che poi di affari ne facesse tanti con tutti questi suoi giri, Elvira.
Chiedeva invece soldi anche a me, oltre che ai nostri genitori, da circa un anno.
<<Mi pagano poi in una botta sola, magari fra sei mesi, perché è così che gira la Zirpool, capisci!? Specie se trattiamo con enti pubblici il pagamento è spesso a sei mesi, cosa vuoi siamo in Italia...>>
Però a me, talora, sembrava che lei vivesse su Marte, invece che in Italia. Se parlava poi di Pavia e Piacenza sversava gli occhi insù, quasi fosse una Santa Chiara in estasi. Andava sempre tutto benissimo, là: affaroni.
La prima volta che ho avuto un microsospetto è stato quando a casa mia è venuta a prendere un caffè e ha buttato via il biglietto del treno in cucina. Abbiamo parlato un po’, le ho dato duecento euro per una “spesuccia” e poi, dopo ch’è uscita ho raccolto il biglietto. C’era scritto Torino Pavia, niente Piacenza.
Ho pensato: "Magari a Pavia ha fatto un altro ticket".
Però dopo due giorni pensando che lei, Elvira, mia sorella, ci aveva chiesto più soldi del solito ho cercato, su internet, di questa azienda Pertite che doveva situarsi in Piacenza e non l’ho trovata.
La Tronim a Pavia c’era, invece La Pertite, a Piacenza, no.
C’era stata però. Esiste anzi una via che si chiama: Vittime della Pertite. Fu un’azienda di stato che produceva esplosivi a uso bellico e che esplose nel 1940 causando moltissimi morti e feriti. Una strage vera e propria. Non riuscivo a capire.
Ho fantasticato un bel po’, mi sono preoccupato, poi mi sono inventato che Elvira avesse un fidanzato segreto a Piacenza, o a Pavia. Sarebbe stato tempo ormai che si sposasse, si mettesse a posto con un compagno.
Non riuscivo però a darmi pace per questo nome: PERTITE. Un'azienda morta e sepolta tragicamente, dolorosamente.
Ho preso lo spunto da questa strana bugia di Elvira per saperne di più. Per farla parlare, ho deciso di recarmi più sovente da lei la sera. Ho notato che il suo alloggetto stava diventando sempre più incasinato, il tavolo del soggiorno tutto zeppo di carte geografiche ammonticchiate, mappe, guide turistiche tra bicchieri, piatti, involucri di dolciumi.
Alla mia domanda: <<Ma, Elvira, ti stai preparando per un gran viaggio?>> Rispondeva: << No, no, sono tragitti che studio per la nostra ditta, indagini di luoghi anche di provincia.>>
<<E alla PERTITE cosa dicono, vi hanno fatto degli ordini?>>
<<Tutto benissimo! Ordini ancora no. Però presto, molto presto ci saranno, quando presenteremo loro la nuova serie di modelli...>>
E intanto, sulla parete del soggiorno, la vecchia pendola della nonna era ferma, le lancette erano immobili da alcuni mesi. Io, quando ero da lei, la caricavo, la regolavo, gliela mettevo a posto. Quando tornavo, magari dopo una settimana, il vecchio orologio non batteva le sue ore, anzi le lancette stavano invariabilmente sulle 11,30 come nelle visite precedenti.
Il disagio ha cominciato a crescere quando, mentre Elvira era nella sua camera da letto, ho trovato, in un cestino stracolmo, dei vecchi biglietti ferroviari. Li ho controllati poi a casa mia. Nessun biglietto recente. Il più nuovo era di tre mesi prima ed era per Padova, niente Treviso.
Ho cominciato a preoccuparmi davvero.
Ho pensato e penato, ho cercato di ricordare, di ricostruire.
Sono riandato a circa due anni fa quando Elvira ebbe uno dei suoi “esaurimenti”. Il solito nostro dottor Clavi le prescrisse psicofarmaci, degli antidepressivi, la compatì, le parlò alcune volte, le consigliò sedute presso un suo collega psichiatra, ma lei alzò le spalle e non ci andò. E pure noi alzammo le spalle, peccammo di una colpevole leggerezza: facevamo finta di niente ed insieme ci mentivamo.
Da quel momento l’ago della bilancia cominciò a spostarsi in avanti, andava avanti nel settore rosso, mentre Elvira aggiungeva tappe ai suoi viaggi e la lancetta della pendola si fermava sulle 11,30.
Le mete dei suoi percorsi, limitate prima a una sola città, diventarono sempre due o tre nello stesso giorno.
Una settimana fa mia sorella è ritornata da me e mi ha elencato le soste del suo ultimo giro di lavoro: Pavia, Piacenza, poi ha aggiunto anche Guastalla. E la parola Guastalla, sgorgata dal suo inconscio, mi ha subito evocato il guasto, il gran guaio, una rottura, una lacerazione, una grande esplosione nella sua mente, forse il segnale metaforico a cui alludeva con il termine Pertite che chissà dove aveva raccolto.
In uno stato di notevole ansia sono andato direttamente alla Zirpool, sita in un grosso e scalcagnato capannone di periferia e mi sono fatto ricevere da un capo.
Il colloquio è stato imbarazzante, se non tragico, ne sono uscito pieno di tremori e quasi mi sono perso in quella serata nebbiosa, raggelata come il mio cuore.
Ho saputo che Elvira era persona dimenticata: l’avevano licenziata circa quattordici mesi avanti, non portava più contratti.

di Mario Bianco in esclusiva per questo blog
(disegno a china con fine pennino inglese di vecchissima fabbricazione)

Ci sono due grandi assenti, nel romanzo, che rappresentano l’impotenza di fronte al male.
Uno è una figura attiva, l’ispettore Gabriele Basilica. Compare solo sulle pagine di giornale o veicolato da un telefono e ufficilamente risolve il caso ma di fatto non risolve nulla perché, alla fine, neanche un personaggio si affranca dal grande incastro maligno.
L’altra è una figura totalmente passiva, la madre di Lorenzo. Su di lei pende la responsabilità dell’infanzia di Lorenzo, perché lei si è disinteressata, ha vissuto nel suo mondo ovattato, ha permesso che un estraneo si intrufolasse in casa e seviziasse nell’anima di suo figlio. La cosa strana è che Lorenzo non la condanna:

«No, non è per rancore che non ho ancora approfondito la figura di mia madre, lei era una soffice nube che non sbottava in temporali e possedeva il dono di dileguarsi in neve svanendo proprio quando avevo bisogno di lei. La ricordo solo in vestaglia damascata rosa, ciabatte coi tacchetti e piume davanti, una sigaretta tra le dita e la scatola di pillole appoggiata ovunque, come se si fosse moltiplicata su ogni tavolo e comò.»


Stephen King scrive per far piacere a sé e per far piacere ai lettori, Marguerite Duras sosteneva che "La scrittura è l'ignoto " e che "prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità".
Marilù Oliva, in questo romanzo, scrive per sondare l'anima nera che ci assedia...

Marilù Oliva
Si continua con Marilù Oliva e il suo Repetita. Oggi "parla" il protagonista...


da Repubblica, di Giuliano Aluffi
Questo booktrailer è opera di Sandra Giammarruto. Grandiosa.

(Immagine: la morte di Cleopatra, una delle morti riproposte da Lorenzo Cerè)
(continua...)

Trovate un mio racconto qui per la strabella iniziativa di Microcenturie
Grazie a Lucia Saetta, a Zena Roncada e tutto lo staff.

Ps: vi aspetto chi può/ vuole/ desidera alla Mondadori Multicenter in piazza Duomo, 1 a Milano, ore 18,30. Sarà con me Carmen Covito ed Elisabetta Spaini leggerà (brevissimi) brani dal libro.
A Renzo, mio padre.

Ormai ci siamo: domani il libro sarà nelle librerie. E io penso alla strada che ha fatto per arrivarci, a quella che ho fatto io. A tutto ciò che è accaduto dal giorno in cui ho cominciato a scriverlo, a oggi.
Dentro un libro ci sono tante cose oltre alle parole, comprese quelle non scritte. C'è la vita.
Ma quelllo che conta, alla fine, sarà quello che proverete voi se avrete voglia di leggerlo. Alla fine è il Lettore che conta.
Io ho raccontato tanto su questo libro e da dopodomani questo blog tornerà a ospitare anche il lavoro di altri. Però un po' di spazio a Non ti voglio vicino, volevo darglielo anche qui.
Da domani le notizie sul libro - recensioni, commenti, pensieri - le troverete qui.
Comunque sia, grazie a tutti voi per esserci, qua , là, insieme a me :-).





