sabato, 10 maggio 2008, ore 09:48




Nicoletta Vallorani



di
Nicoletta Val
lorani

 
 
Chi fa di mestiere l’insegnante, e lo ha fatto per tutta la sua vita adulta, non ha moltissima consuetudine col silenzio, nel senso che gli capita di rado di goderne. Se è bravo, impara detestarne un tipo, che va sotto il nome di silenzio-indifferenza, e ad amarne un altro: quella specie rara di assenza di voci in un’aula affollata che è il silenzio rapito. Ho fatto l’insegnante per tutta la mia vita adulta. Nella scuola superiore, ho campionato silenzi-interrogazione, silenzi-predica, silenzi-torpore, silenzi-giornata di pioggia e via dicendo. Di norma, preferivo il fertile caos della discussione, ma lì i numeri erano limitati e di rado mi è capitato di avere in classe studenti che non avrebbero voluto condividere con me neanche lo stesso fuso orario. Sono stata fortunata, immagino. All’università, invece, si lavora con grandi numeri e in aule sconfinate come continenti in guerra. A scopo difensivo, molti miei colleghi di ora, all’università, sviluppano una predilezione per il silenzio-indifferenza, articolando il corrispettivo insegnamento neutrale, che dell’indifferenza è il fratello gemello. Non è il mio caso. Anni fa, all’inizio della mia carriera universitaria, mi è capitato di avere un corso affollatissimo. Insegnavo Lingua inglese, e lavoravo sulla retorica dei reportage giornalistici di guerra. Erano tempi complicati: nel 2003, gli USA invadevano l’Iraq, intenti a portare la pace a colpi di mortaio. Si faceva un gran parlare di missioni destinate a sostenere i civili, e intanto proprio i civili schiattavano come mosche, intrappolati nella carta moschicida di un conflitto in corso. In questo bel contesto, io selezionavo pagine di giornale e le proponevo a un paio di centinaia di studenti, partendo dall’ardita ipotesi che si potesse imparare qualcosa di più sul lessico inglese analizzandone lo scempio che ne facevano le star della politica internazionale. E una volta portai in aula un articolo sulle “bombe a grappolo”: ordigni multipli al primo posto nella hit parade del massacro bellico casuale. Tecnicamente, la lezione aveva a che fare con la distinzione tra significato denotativo (e.g. sedia = l’oggetto sedia che il termine designa) e significato connotativo (e.g. sedia = attrezzo sul quale posso riposarmi quando sono stanco). Il fatto è che non parlavamo di sedie, ma di bombe a grappolo. Così, mi trovai a mostrare immagini di bombe a grappolo (= significato denotativo dell’espressione “cluster bomb”), per poi passare a descrivere, con la medesima dovizia di immagini, gli sgradevoli effetti collaterali che le cluster bomb producono su un bambino iracheno che, per esempio, raccoglie un grazioso cilindretto giallo inesploso e ci si mette a giocare finché quello non decide di esplodere. E il bambino salta per aria: e questo è, appunto, il significato connotativo. Devo ammettere - a mio merito o a mia discolpa, a seconda dei punti di vista – che non avevo pianificato la cosa: non avevo ragionato cioè sulla reazione possibile delle duecento testoline pensanti che mi trovavo davanti, e che si esibirono in uno dei silenzi rapiti più profondi e inquietanti della mia vita professionale. Non volava una mosca, persino i pensieri stavano immobili per non disturbare. In quel silenzio di Chiesa, ho chiesto se avessero capito. Dal fondo dell’aula, la vocetta di una ragazza dai capelli rossi recitò, in un inglese pulito e scolastico, il succo dell’intera lezione. E in pratica era una dichiarazione contro la guerra in tutte le più strampalate articolazioni retoriche imbastite dai politici, che – bontà loro – in guerra non ci vanno. Quella ragazza si è poi laureata, e come molti altri – forse con un po’ di consapevolezza in più – è entrata nel mondo degli adulti. Ci siamo riviste spesso, dopo e grazie a quel surreale silenzio. E ancora oggi sono forse stupidamente orgogliosa di aver mediato con una semplice lezione di lingua inglese la comprensione di un concetto fondamentale. Vonnegut, in quella bellissima, esilarante e terribile storia del bombardamento di Dresda che è Mattatoio n.5, scrive: “Non c’è niente di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non debbano più dir niente o voler niente. Dopo un massacro, tutto dovrebbe esser tranquillo, e infatti lo è, sempre, salvo per gli uccelli. Che cosa dicono gli uccelli? Tutto quello che c’è da dire su un massacro; cose come “Puu-tii-uuit?”.
Appunto: “Puu-tii-uuit?”
 


Forse il più famoso libro di Nicoletta

Quello che ho amato di più, in assoluto

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venerdì, 09 maggio 2008, ore 09:31

 

Di nuovo ospito uno scritto di Paola Rondini, autrice del romanzo Miniature. Una bella storia che utilizza il genere thrilling per raccontare di un viaggio, non solo attraverso l'Europa, ma nella verità e nelle passioni dei tre protagonisti:Daniel Biasi, Iago Milar e Milla. Tre personaggi indimenticabili.



Fanucci editore
p. 288
€ 16,5

 

 

PIRAMIDI

di
Paola Rondini




Il Biondo si esercitava con la viola, lo faceva sempre di domenica pomeriggio.
La madre gli aveva inviato lo strumento con il pulmino che faceva la spola da Bytom all’Italia una volta al mese.
Slawek musicista e muratore suonava la domenica dopo aver chiesto il permesso ai coinquilini.
Il russo gli aveva detto:" Fa pure tanto io vado fuori con la mia ragazza" e il connazionale Goran si era limitato ad alzare le spalle, però, quando tornava dal ristorante dove faceva il cameriere di sala, lui voleva dormire. 
Slavek in realtà si chiamava Slawomir.
Sia il nome che, peggio ancora, il cognome erano troppo difficili per gli italiani e i marocchini del cantiere, quindi lo chiamavano il Biondo.
Slawek in Biondo prima studiava al conservatorio e la sua ragazza lo andava ad ascoltare ai saggi, adesso invece lavorava in Italia, un posto superficiale. 
Il Biondo non riusciva più a tenere bene le corde quando si esercitava perché le mani si erano irrigidite a forza di umidità e calcina, quindi prima di iniziare a suonare le immergeva a lungo nell’acqua bollente.
Da bambino suo padre, minatore della Silesia, gli aveva insegnato che per avere mani elastiche doveva bagnarle e poi fare delle flessioni alla parete buttando tutto il peso del corpo in avanti fino a che i polsi non facevano male. 
Suo padre era morto di tumore sei mesi prima ma lui non era andato al funerale, erano indietro con i tempi e sua madre aveva insistito perché lui non litigasse con chi lo pagava così bene:"Anche tuo padre ti direbbe la stessa cosa."  
Al Biondo piaceva la musica, la sua ragazza e la geometria.
Per lui che parlava poco, la geometria era un buon modo per sintetizzare le cose della vita: i quadrati erano cose armoniche, logiche, intoccabili, tipo la famiglia, gli amici, il passato. I parallelepipedi erano i mattoni e con i mattoni si costruisce, tipo esercitarsi con la viola tutte le volte che poteva . Le piramidi invece erano i sogni e a volte il Biondo si ritrovava a disegnarle sulla polvere di cemento mentre addentava il panino delle dieci. Quindi il suo sogno di fare abbastanza soldi e finire il Conservatorio era una piramide. 
La geometria del Biondo finiva qui e a lui bastava per spiegare il mondo. 
La finestra della sua camera si affacciava su una stradina buia e umida ma lui abitava all’ultimo piano e quindi aveva una razione supplementare di luce, a gratis.
Da quella finestra, aperta anche d’inverno, il Biondo vedeva una terrazza minuscola scavata sui tetti. 
Il balconcino apparteneva ad un appartamento con finestre grandi e dal quale venivano spesso voci di ragazzini, due, forse tre. 
La madre dei ragazzini era una donna formosa che utilizzava il balcone per mettere lo stendino coi panni e dei vasetti con il rosmarino e la salvia.
A volte, la donna saliva nel terrazzino per fumare una sigaretta.
Quella domenica pomeriggio di ottobre, l’ottobre italiano senza pioggia e colorato che a Bytom non si era mai visto, Slawek suonava e guardava i tetti.
Quadrati, rettangoli ma soprattutto piramidi si delineavano davanti ai suoi occhi persi sulle pietre del palazzo di fronte.
La donna era salita sul terrazzino e aveva chiuso la porta alle sue spalle.
Aveva acceso la sigaretta. 
Si guardava le gambe gonfie e si faceva riscaldare il viso dal sole. 
E ascoltava.

 

 

PAOLA RONDINI
 foto di Sara Lando

 

 

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giovedì, 08 maggio 2008, ore 10:24
postato da bagar in parole, scrittura, diario fuoribordo • P.link

Pablo Picasso, Weeping Woman, 1937

E' interessante il confronto virtuale nato dopo il post A.A.S.I.C. E' interessante perché la scrittuta va sempre  a toccare nervi scoperti ed emozioni profonde.

Le interpretazioni sulla scrittura sono tante, ma quello che io sostengo -  e sosterrò sempre - è che prima di infrangere le regole, prima di sovvertirle (in qualunque campo) bisogna conoscerle e conoscerle bene.

Proprio ieri si parlava anche di questo, durante una tavola rotonda all'Università Cattolica di Milano (all'interno della  manifestazione El Dìa Negro, organizzata dal professor Dante Liano), presenti Nicoletta Vallorani, Ben Pastor, Margherita Oggero, Marcello Fois, io, conduttore Luca Crovi. Vallorani diceva che Picasso sapeva disegnare alla perfezione e creare un quadro "tradizionale" non sarebbe stato certo un problema per lui, ma ha fatto altro, ha creato dipinti davanti ai quali, talvolta, uno può pensare: "Sì, ma così so dipingere anch'io. Prendo una tela, ci schizzo sopra un po' di colori, mischio e faccio il capolavoro". Mi sa che non funziona così. Prima di fare quel quadro lì, che pare dipinto da un bambino pasticcione, Picasso ha studiato e studiato e dipinto e dipinto e dipinto e copiato, e buttato.

La lingua italiana (come tutte le lingue del mondo) è uno strumento meraviglioso, ricco di possibilità d'indagini, esperimenti, riflessioni, giochi, rotture. Ma la lingua italiana, seppur viva e in movimento, ha delle regole che è bene conoscere per bene utilizzarla.

Per fare un buon  romanzo, un buon racconto, un'Opera letteraria, è chiaro, non basta saper scrivere correttamente. Ci vuole anche una cosa che si chiama "talento", ci vogliono  i personaggi, gli intrecci, il ritmo, le pause. Ci vogliono le STORIE. Non è che tutti si possa diventare Grandi Scrittori; questo non impedisce, però, di scrivere bene belle storie.

E' vero, qualche volta capita di leggere una storia interessante anche se piena di errori (gli editor esistono per intervenire in questi casi). Ma, credetemi, non è così frequente. E' più frequente leggere una brutta storia scritta pure male. E se una storia è scritta bene ma è brutta, sarebbe stato meglio non pubblicarla.

Il punto, molto interessante, è: cosa fa di un libro un brutto libro? Qui, mi astengo dal dire, perché l'interpretazione è assolutamente, meravigliosamente personale. Io adoro libri che altri detestano e viceversa.

Ma sulla buona scrittura non mi smuoverò di un millimetro, mai. Uno deve saper scrivere se vuol comunicare con la scrittura.

Chiudo con questa riflessione di John D. McDonald: "Perché è così che bisogna fare.  Non c'è altro modo. La diligenza forzata è quasi sufficiente. Ma non basta. Bisogna avere il gusto delle parole. Esserne ghiotti. Bisogna desiderare di rotolarcisi dentro. Bisogna leggerne milioni, scritte da altri. Bisogna leggere tutto con divorante invidia o con annoiato disprezzo."



Pablo Picasso, Nudo, 1895/96

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martedì, 06 maggio 2008, ore 18:55
postato da danielaelle in daniela elle • P.link

Domani sera (per chi legge il 6 maggio) e questa sera (per chi legge il 7) dalle 20 sino alle 21 e qualcosa, dai microfoni di Radionation, andrà in onda "Un mercoledì da leoni" gentilmente offerto da me, medesima, Daniela_Elle. Si parlerà di cinema ma anche no. Ah, c'è anche la Musica.

Le istruzioni per intervenire in diretta:

puoi ascoltare e continuare a navigare (si apre un piccolo player)

partecipare alla diretta: clicca qui e puoi entrare direttamente nel chan dedicato


 

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Seguirà podcast per eventuali ascolti in differita.

Poi non dite che non ve l'avevo detto.

 

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martedì, 06 maggio 2008, ore 11:45
postato da bagar in parole, storie, racconti neri • P.link

 

 

di
Matteo Ongari 


 
-“Partita doppia, doppia puntata, due fiches prego!”
La voce di Roberto, il più bel croupier del Lido, squarciò la mente di Alda Merighi come uno strappo nel lenzuolo.
Era al tavolo di Scramble, ultima novità di Atlantic City.
Alda Merighi, sessantadue primavere, si tenne i gettoni. Mentre sorseggiava il Grand Marnier fissava la sagoma del croupier distorta dallo spessore del bicchiere.
Roberto, alto cinquantenne strizzato in un panciotto sangue bue e muscolosamente infilato nella camicia bianca d’ordinanza corredata dal papillon, aveva due occhi color trifoglio, una spazzola di baffi grigi ben curati e la chioma brizzolata.
Era ciò che le serviva per riempire il suo letto nella sontuosa suite dell’Hotel Sartori.
Sentiva la necessità fisica del contatto di un uomo, Alda Merighi, dell’afrore maschio che si attacca alle lenzuola.
Cambiò le fisches alla cassa, dilapidandole poi alle slot machine. Decise che avrebbe aspettato la chiusura per seguire la sua preda. Era una cosa folle, non preventivata.
Uscì all’aperto: l’aria era umida ma non freddissima. Fumò una Gauloise vicino al lampione; candide nuvolette di fumo e fiato si alzavano spesse.
Scacciò in malo modo un taxista troppo zelante che voleva riportarla in albergo.
Quando vide Roberto, avvolto in un tabarro marrone, aspettò qualche istante e poi lo seguì a debita distanza affinché lo scalpiccio dei tacchi sui sampietrini non fosse udibile.
Attraversarono un cortile, un ponte e una piazzetta. A metà di un calle la foschia stava sgranando la sagoma del suo uomo. Decise di affrettare il passo. Vide con difficoltà Roberto ruotare oltre un angolo buio a sinistra. Corse e svoltò senza indugi: quando sentì il vuoto, in quella frazione di secondo mentre stava precipitando, capì.
Alda Merighi fu ripescata dal vaporetto per Rialto, quello delle 07,35.
 
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lunedì, 05 maggio 2008, ore 18:09

Che sta per Attenti Aspiranti Scrittori in Corsa.

Perché io ve lo devo dire, ce l'ho qui, sullo stomaco, da un sacco di tempo.
La scrittura è un'arte nobile, richiede tanto. Talento, energia, determinazione, fortuna, impegno, studio, lavoro, letture, scritture, tagli, riscritture, riletture, silenzio, attese, rispetto, amore, forza, emozioni, creatività, cervello, corpo, respiri, sangue, sudore, fatica. E poi di nuovo: talento, energia, determinazione, fortuna, impegno, studio, lavoro, letture, scritture, tagli, riscritture, riletture, silenzio, attese, rispetto, amore, forza, emozioni, creatività, cervello, corpo, respiri, sangue, sudore, fatica. E ancora e ancora.

Perché la scrittura è sì un'arte, ma è anche un mestiere e come tutti i mestieri richiede la fatica di impararla.

Non è che uno si alza la mattina e dice: "Cosa faccio oggi? Stiro, lavo, preparo un uovo alla coque? Ma no, scrivo un libro...". Non funziona così, per i motivi sopra indicati e per i motivi che non ho indicato ma che sono mille e ancora mille.

Perché vi scrivo tutto ciò? Perché sono stanca di ricevere racconti, romanzi, poesie SCRITTI MALE!  E stanca di dover dare spiegazioni a chi si pretende letto e pubblicato senza essere capace di scrivere "perché" con l'accento giusto, "qual è" senza l'apostro, "po' " CON l'apostrofo e NON  con l'accento, che non sa usare i congiuntivi, che non sa usare il tempo passato, remoto, o futuro.

Ora, il talento non si insegna. E' un po' come le lentiggini: o le hai o non le hai. Ma la buona scrittura sì, la si può imparare, soprattutto leggendo leggendo leggendo.

Quindi, Aspiranti Scrittori (e taluni lo restano tutta la vita, eh? pure dopo aver pubblicato pile di libri, 'ché non è la quantità che fa uno scrittore..), fate un regalo all'umanità tutta: se volete scrivere, prima imparate a farlo. Abbiate rispetto della nobile arte, di voi stessi e di noi poveri cristi che vi leggiamo.

Ah, l'ho scritto. Mi sento già meglio...

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domenica, 04 maggio 2008, ore 09:09
postato da bagar in parole, storie, racconti neri • P.link

 

 

 

GIOCO
(Tiro alla fune)
 
 
 
 
Davvero, non avrebbe immaginato sarebbe finita così.
Era solo un gioco.
Mattia continuava a ripeterlo e ripeterlo, non riusciva a dire altro.
Era solo un gioco.
Sì, ma come è andata esattamente? gli chiese di nuovo l’ispettore.
Mattia lasciò vagare lo sguardo al di là della finestra e cercò le parole giuste.
Stavamo giocondo, io, Paolo, Marco e poi è arrivato quel ragazzino.
E poi?
Abbiamo cominciato a lanciare sassi nella diga, ma ci annoiavamo.
E allora?
Allora abbiamo pensato di giocare a qualcos’altro.
L’ispettore aspettò che Mattia continuasse.
Volevamo giocare a tiro alla fune. Due contro due. Ma non avevamo la fune. E nemmeno una corda. Solo la mia cintura.
E?
Prima Paolo ha sfidato Marco. Poi io quel ragazzino.
Mattia scoppiò a piangere all’improvviso.
Non mi ero accorto quanto ci fossimo avvicinati allo strapiombo. A un certo punto l’ho visto perdere l’equilibrio. Non siamo riusciti ad afferrarlo. E…
Va bene, basta così, disse l’ispettore. Vai pure.
Mattia si pulì il naso col dorso della mano e si alzò.
Buongiorno, disse.
L’ispettore lo guardò uscire. Posò i gomiti sulla scrivania e puntò gli indici alle tempie. Chiuse gli occhi.
Mattia uscì all’aria aperta e trasse un profondo respiro.
Si sentiva meglio. Molto meglio. Aveva raccontato tutto. Quasi. Be’, insomma, aveva omesso solo un dettaglio, una cosa da niente, una stupidata: che lui aveva mollato di colpo la cintura mentre stavano tirandola ciascuno dalla propria parte. Per questo il ragazzino aveva perso l’equilibrio.
Perché lo aveva fatto? Mattia alzò gli occhi al cielo e guardò la scia bianca di un aeroplano.
Boh, si era semplicemente stancato di fare quel gioco scemo.
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venerdì, 02 maggio 2008, ore 10:25

Ringrazio di cuore l'amico Loriano per il suo piccolo dono...

 




Quand’ero piccolo io
microracconto inverosimile
di
Loriano Macchiavelli
per il compleanno di
Bianca.
 

Quando ero piccolo io, le favole cominciavano così:
“C’era una volta...” e andavano avanti per tutto il tempo che voleva chi le raccontava. Mio padre era uno di quelli che le raccontavano e le raccontava nelle stalle della montagna dove sono nato. Non c’era il riscaldamento, in quei tempi, e la gente si radunava nelle stalle, dove le mucche facevano da termosifone.
C’è un precedente: un raccontatore più antico di mio padre, aveva tramandato una storia molto bella: raccontava di un certo bambinetto del tempo dei tempi, quando faceva ancor più freddo di oggi e di quando io ero piccolo. Al bambinetto capitò di nascere da una certa Maria e da un certo Giuseppe, i quali non trovarono di meglio che riscaldarlo in una stalla. Ma questa è un’altra storia.
Dunque, mio padre non cominciava con “C’era una volta”. Lui cominciava così: “Dovete stare a sapere, cara gente...” e così comincio anch’io.
 
Dovete stare a sapere, cara gente...
Anzi: devi stare a sapere, cara Bianca, che nel paese dei Pestaguazza c’erano alcune famiglie ricche e altre, molte di più, povere, ma tanto povere che non sapevano nemmeno cosa fosse la luce elettrica e la sera andavano a dormire presto proprio perché, nel buio delle notti senza luna, non trovavano neanche la strada per il letto. Andavano a tasto, come si dice dalle mie parti. Cioè facevano così: appena il giorno era diventato il buio e non ci si vedeva da qui a lì, uno di loro, di solito il capofamiglia, diceva: «Be’, gente mia, è ora d’andare a letto.»
Si alzavano tutti in piedi, sollevavano le braccia in avanti e prendevano, tranquilli tranquilli, la via del letto. Il più delle volte sbagliavano la misura e anziché passare per la porta, andavano a sbattere con le mani contro il muro. Allora, sempre con le mani, sentivano dove finiva il muro e dove comincia la porta e così, tastando e tastando, arrivavano al pagliericcio.
Ma queste cose non succedevano solo nel paese dei Pestaguazza. Succedevano nel paese dei Cioccapiatti, nel paese dei Rompiglioni, nel paese dei Prendiescappa e un po’ dappertutto. Insomma, per fartela breve, cara Bianca, non c’era un paese dove le cose andassero per il giusto verso e tutto il mondo era fatto da una piccola parte di ricchi e da una gran parte di poveri. Ma questi poveracci non ci badavano perché si erano abituati così fin dalla nascita e a tutti sembrava una cosa normale e non ci facevano caso. Fino a quando, un brutto giorno...
Sarebbe meglio dire “un bel giorno”, ma non tutti sono d’accordo e allora vado avanti come ho cominciato.
Fino a quando, un brutto giorno, un ragazzotto di dieci, dodici anni, Straccia, non disse a Fiordaliso, un altro ragazzotto come lui:
«Be’, Fiordaliso, io adesso vado a casa perché sta venendo buio e finisce che in casa non ci vedo più...»
Fiordaliso ci rimase male. Aveva ancora voglia di giocare e chiese all’amico: «Ma come, in casa tua non ci avete la luce elettrica?»
«La luce lettrica? Cos’è?»
«Elettrica, Straccia, elettrica.»
«Sì, quella. Cos’è?»
«Vieni che te la faccio vedere» disse Fiordaliso. E si avviò per far entrare in casa sua Straccia.
 
In verità Straccia non si chiamava Straccia, ma Fiducino. Però, sia quelli di casa che quelli di fuori casa, lo avevano soprannominato Stracciaculo, poi Straccia, perché rompeva le scatole a tutti, s’infilava ovunque; s’interessava di cose che hai ragazzi non dovrebbero interessare; stava sempre fra i piedi a chiedere di questo e di quello... Insomma, come ho detto, rompeva le scatole un po’ a tutti.
Fiordaliso, invece, era figlio di una famiglia che stava bene e aveva la luce elettrica in casa e perfino nel gabinetto, ma a lui non piaceva giocare con i ragazzi della sua categoria perché, diceva, erano delle pappemolli e con loro non si divertiva per niente di niente. Come Straccia, anche Fiordaliso era un po’ la disperazione della famiglia e non c’era verso di fargli cambiare idea.
«Fiordaliso, smettila di frequentare quel ragazzo... Come si chiama?»
«Stracciaculo, mamma.»
«Fiordaliso, come te lo devo ripetere che certe parole non si dicono?»
«Fiordaliso, oggi ti portiamo a giocare a casa di Fedifrago.»
«Fiordaliso, oggi viene a trovarti Cottonfiocc e devi stare a casa con lui.»
«Fiordaliso, oggi che è festa si va tutti a mangiare al ristorante.»
Fiordaliso diceva sempre sì e poi faceva quello che gli pareva. Cioè, si faceva portare a casa di Fedifrago oppure aspettava in casa sua Cottonfiocc o, ancora, andava al ristorante con i suoi e poi, appena poteva, scappava e correva da Stracciaculo e si divertiva con lui.
Due buoni amici, insomma, che stavano bene assieme.
 
Per non far arrabbiare i suoi, Fiordaliso fece entrare in casa l’amico Straccia passando dalla porta di cantina e, appena dentro, gli mostrò come si accendeva la luce. Straccia ci restò di stucco.
«Posso provare anch’io?» chiese.
«Sì, ma in fretta, che se arrivano i miei...»
Straccia accese e spense la luce della cantina chissà quante volte e poi chiese ancora: «Ma questa cosa qui... Sì, la luce elettrica, c’è in tutta la casa?»
«Certo.»
«Anche nel cesso?»
«Noi non abbiamo il cesso. Abbiamo il bagno.»
Altra sorpresa per Straccia, che ci pensò su un poco e poi chiese: «E quando vi scappa, la fate nel bagno?»
«Ma no! In bagno c’è una tazza e la facciamo nella tazza...»
«La fate nella tazza? Ma siete tutti matti in casa tua! Fammi vedere ‘sta tazza...» ma da sopra qualcuno chiamò:
«Fioraliso, dove sei? Vieni a cena» e così Fiordaliso spinse Straccia fuori dalla cantina e corse su per le scale urlando:
«Eccomi, arrivo!»
Come primo giorno di visita, poteva bastare.
 
Tornato a casa, Straccia raccontò la meraviglia che aveva visto nella casa di Fiordaliso e la storia del bagno e della tazza e non la smetteva più. Tanto che fece venire a tutta la famiglia una gran voglia di vedere la casa dei sogni.
E fu da quel brutto giorno che fra i poveri del paese dei Pestaguazza si cominciò a parlare della luce elettrica e del bagno e della tazza, per farci la cacca dentro, che stava nelle case dei ricchi. Le brutte notizie fanno presto a passare non solo da una casa all’altra, ma anche da un paese all’altro. Dal paese dei Pestaguazza, le notizie di com’erano le case dei ricchi arrivarono al paese dei Cioccapiatti, al paese dei Rompiglioni, al paese dei Prendiescappa e poi in tutti i paesi del mondo.
 
Per oggi la mia storia finisce qui, ma, come ti ho detto all’inizio, cara Bianca, potrebbe andare avanti all’infinito. Completala tu per i tuoi amici. Completala come vorresti tu che finisse.
 
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giovedì, 01 maggio 2008, ore 11:02
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Perché fino a quando anche un solo lavoratore continuerà a morire per   incuria,  mancanza di sicurezza,  menefreghismo,  colpevole avidità, che festa è?

 

 

Noi siamo gli operai dei cartoni animati

di
Stefano Benni



Noi siam gli operai  Siamo i supereroi
Voliamo tra i palazzi  E non cadiamo mai
Oppure se cadiamo  Di colpo rimbalziamo
Tra presse e macchinari  Finiamo schiacciati
Ma interi ritorniamo

Noi siam supereroi Noi siamo gli operai  Dei cartoni animati
Talvolta in un rogo Finiamo bruciati
Ma è un trucco, e dalle fiamme Usciamo e risorgiamo E divi diventiamo
Noi respiriamo i gas  E ingoiamo veleni
Ma è un trucco, e tutti ridono Specialmente i padroni Perché siam supereroi

Virtuali ed inventati Noi siamo gli operai Dei cartoni animati
E le auto si moltiplicano E le autostrade ingorgano
Ed i palazzi crescono E i guadagni ottimizzano
E un giorno finirà Il cartone animato
E il sangue si vedrà Qualcuno si chiederà
Se il film era truccato Ma sia rassicurato
Era assai ben girato Il film sugli operai
Che son supereroi Non credete ai giornali
E' vero, siamo morti Ma ci han ridisegnati
Noi siamo gli operai Dei cartoni animati

brano tratto da http://nomortilavoro.noblogs.org/

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mercoledì, 30 aprile 2008, ore 09:39
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Ho dormito
su di te
alga verde
nel suo oceano.

Cri


Con oggi si conclude Scrivi d'amore

Scrivere d'amore credo sia una delle cose più difficili del mondo: sembra che tutti abbiano già detto tutto e meglio, Invece, le vostre lettere sono bellissime, emozionanti e dal momento che  non siamo riuscite a pubblicare tutte quelle che ci sono piaciute, può essere che le ritroverete sparse qua e là, nel blog.

Grazie della vostra dsponibilità e della voglia che avete avuto di condividere con noi le vostre parole, il vostro tempo, le vostre emozioni.

Alla prossima sfida...

Un abbraccio a tutti voi,

Barbara e Daniela

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martedì, 29 aprile 2008, ore 11:39
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E' una storia di contrabbando. Io te la regalo e so che ne farai buon uso.
Quando ti ho vista per la prima volta il mio cuore mi ha detto: " E’ lei".
Mi sono nascosta per un po’ dietro un dito. Ma è inutile con me. Sono bravissima a stanare i miei sentimenti. Li trovo anche se sono ben nascosti.
Li trovo e faccio : " Cucù ! Ti ho visto !"
E, da allora, ti ho pensata tutti i giorni. Tu non lo sai ma viaggi insieme a me, vedi il mare e il cielo pieno di nuvole di zucchero filato e il vulcano che ci sorprende cambiando i suoi vestiti. Ascolti musica, buona musica. A volte ridiamo.
Una volta l'ho confessato alle ragazze perchè vomito su di loro il mio sentire così come tu vomiti in giro i tuoi vomiti chiamati emozioni.
Steffy, quando ti ha vista, mi ha detto che avevo ragione ma che eravate due belle persone ed io non dovevo farvi soffrire. Infatti. Io sono quella dell'etica lesbica, quella del rispetto, quella che chiama le cose con i loro nomi, quella che cerca di non sparpagliare cadaveri sulla propria strada, quella che si comporta bene.
Gliel'ho anche detto. Solo che ho trovato altre parole per dirlo. Ho detto che tu mi " attiravi" tanto. Ma questa è un'altra storia. Non ho mai sbagliato con lei. L'unica volta , forse, è stata quando tu le hai chiesto di fare sesso ed io ho risposto che sarebbe una mancanza di rispetto nei miei confronti. Era vero ma non era tutto vero.
Ancora continuo a pensare che, in quel caso, non ci sarebbe stato del rispetto per te. Ma, sempre, sempre, sempre,dietro le mie parole e i miei giudizi e i miei pensieri, c'era il mio sentimento di forte "attrazione" per te.
Tu chiamalo come vuoi, io lo chiamo amore.
Strana questa storia. Io volevo te che volevi lei che voleva me.
Niente posso fare e niente farò. Già è tanto poter parlare al passato.
Ma ieri, viaggiando accanto a te, ho pensato :"Perché non dirglielo?"
L'amore è sempre un buon sentimento.
Un fiore colorato da mettere nel vaso.
Niente voglio perchè niente posso volere. Sto qui a guardare il cielo davanti a me.
Mi siedo su una sedia di paglia o mi appoggio al muro davanti alla strada. E guardo passare. Passano le persone con i loro bagagli pesanti, altre con borse leggere. Mi chiedono la strada ed io dico loro:" E’ quella, quella che hai davanti".
Passano i giorni e i mesi .
A volte si alza il vento, altre volte c'è calma piatta.
Tutto passa. Passerà anche questo. Perchè è bene che passi, perchè non ha molto senso.
E' solo un sentimento di contrabbando.
Volevo tu lo sapessi.
E ora tu lo sai.
Quello che non si dice, quello che non si fa.
 



Rosi


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lunedì, 28 aprile 2008, ore 09:04
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E' una lettera d'amore, questa? non lo so. non so se è una lettera, intanto. perché non la scrivo perchè tu la legga. e non so cos'è amore.
Ci siamo finiti addosso per caso, come venir beccati dal fulmine in una giornata serena. e ci siamo esplosi dentro in tempi record. una sorpresa, uno choc.
Per me tutto nuovo, e la meraviglia di scoprirmi in versione inedita, forse perché inedito era l'incontro con il tipo d'uomo che ho sempre cercato.
Per te lo stupore di desiderare tutta una donna, corpo e anima. di comunicare, di raccontare.
Di darti, di prendere, di fondersi in un respiro.
Per me un uomo vero, vivo, brusco, ironico, profondo e profondamente umano.
Per te una donna che sa, e accetta.
So tutto di te, anche quello che non vorresti mai dirmi. so della tua curiosità insopprimibile, del tuo bisogno di giocare e vincere, sempre. conosco la tua brama di vivere, di succhiare ogni goccia di esistenza, di andare sempre oltre. E non vorrei mai fermarti, perchè significherebbe spegnerti.
Perché non saresti più tu.
Sei come un bambino, in un certo senso. bugie che sono un non dire, marachelle quasi innocenti nella loro superficialità, non rendendosi minimamente conto dei danni che a volte si possono fare.
E io ti guardo, e so come sei, e so che ne hai bisogno.
E so che hai anche bisogno di me, e che comunque con me è diverso.
Non nego che in qualche momento ho dubitato che la mia fosse un'illusione, che talvolta non è stato facile accettare di dividere il poco che abbiamo.
Ma ogni volta poi ti ho visto, e ti ho sentito, e ho avuto solo certezze.
E una serenità enorme nella consapevolezza che non potrò perderti mai.
Perché non ti potrò mai nemmeno avere, se non per qualche attimo.
Ma in quegli attimi sei mio come mai di nessuna, e questo mi basta.
Forse, dopotutto, lo è, una lettera.
E forse, dopotutto, nonostante tutto, è amore.
Per sempre o mai, profondamente tua



Roxanne

Per partecipare con  vostre lettere, e-mail o telegrammi d'amore, scrivete a scrividamore@gmail.com. Al 30 aprile la sfida d'amore chiude i battenti.
 
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venerdì, 25 aprile 2008, ore 08:56
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Buon 25 aprile!




 

 

S. Vittore 13.1.'45

A te mio dolce amore caro io auguro pace e felicità. Addio amore...

Roberto Ricotti  Condannato a morte

Tu che mi hai dato le uniche ore di felicità della mia povera vita...! a te io dono gli ultimi miei battiti d'amore... Addio Livia, tuo in eterno...       

Roberto

 

Roberto Ricotti

Di anni 22 - meccanico - nato a Milano il 7 giugno 1924 -. Nel settembre 1943 fugge dal campo di concentramento di Bolzano e si porta a Milano dove si dedica all'organizzazione militare dei giovani del proprio rione - nell'agosto 1944 è commissario politico della 124^ Brigata Garibaldi SAP, responsabile del 5° Settore del Fronte della Gioventù -. Arrestato il 20 dicembre 1944 nella propria abitazione di Milano adibita a sede del Comando del Fronte della Gioventù - tradotto nella sede dell'OVRA in Via Fiamma, indi alle carceri San Vittore - più volte seviziato -. Processato il 12 gennaio 1945, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato per appartenenza a bande armate -. Fucilato il 14 gennaio 1945 al campo sportivo Giurati di Milano, con Roberto Giardino ed altri sette partigiani -. Proposto per la Medaglia d'Oro al Valor Militare.

 

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giovedì, 24 aprile 2008, ore 09:17
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       Dov’eri quella domenica di un agosto arroventato tra cuscini gonfiabili e asciugamani inutilmente refrigeranti,  mentre inghiottivo rabbia e solitudine senza che  parola umana giungesse ad alleviarmi la pesantezza della giornata?

       Dov’eri tu  nelle caotiche mattinate di lavoro, afflitta dall’arroganza di chi sa di fingere per poi scaraventarti addosso un oceano di responsabilità?

       Dov’eri tu nelle sterminate strade affollate del corso quando al sabato le coppie annoiate in segreto mi sbattevano  in faccia il loro essere uniti in pubblico solo per farmi corrodere dall’invidia?

       Dov’eri tu quando il Natale sembrava soltanto una lunga teoria di giornate premonitrici di qualcosa di elettrizzante, per poi ridursi a un lento pozzo buio in cui affondare sofficemente nella noia?

       Dov’eri tu, quando nelle allegre riunioni  tutti si presentavano accompagnati da  sorridenti e rilassanti amici,  e i miei occhi vagavano alla vana ricerca di qualcuno che avrebbe potuto magicamente comparire da dietro una parete, sorridere proprio a me, a colpo sicuro, senza peregrinare inutilmente attraverso altri occhi ammalianti e curve promettenti?

       Dov’eri tu quando mi toccava sopportare le afflizioni di un sesso imposto e mai goduto, da parte di chi mi spacciava per gioia un tunnel interminabile di solitudine?

       Dov’eri tu nelle serate ammalianti, tra la magica atmosfera di un amore appena intravisto e subito scomparso?

       Ancora mi chiedo cosa sarebbe  la mia vita se tu ci fossi stato sempre,  ora che cerchi una traccia fluente tra i miei capelli bianchi e diradati, ora che a tratti nei miei occhi appannati brilla una luce birichina, ora che le mie mani ingiallite e macchiate hanno ogni tanto guizzi di sensualità nell’accarezzarti. Ora che comunque sei mio, e non importa cosa ho perduto a non averti conosciuto prima.



Isabella Giorni



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lunedì, 21 aprile 2008, ore 13:04
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Oggi va così. Va che voglio pubblicare una lettera d'amore a un amico che non c'è più.

Va che, qualche giorno fa, ho ascoltato un intellettuale esprimersi su quanto sia "pornografico" esibire i propri sentimenti privati. Sennonché lui, come molti altri, hanno fatto dell'esposizione delle loro riflessioni sull'umanità il loro mestiere, dispensando consigli e formulando teorie sulla vita, gli uomini, l'ambiente, l'arte, la musica, la letteratura, la cucina, la moda, e via dicendo. Con saggezza, niente da dire. Con tutto il rispetto, se il metro di misura è che il privato deve restare privato, anche le riflessioni sul mondo e l'universo tutto, per quanto argute e profonde, sempre di riflessioni "private" (ossia dell'essere umano che le formula) si tratta.

Va che sono stanca di chi seduto su una poltrona, riparato da uno schermo e dall'inviolabilità dell'essere intelettuale, pontifica sulla vita e sulla morte.

Detto ciò, a me non importa di mettere su "pubblica piazza" talune cose della mia vita, dei miei sentimenti, dei miei pensieri. C'è modo e modo e, soprattutto, c'è che se uno non vuole leggerli, passa oltre.



A CLAUDIO
(Una storia vera)
  
 
 
 
Hai visto?
Ha smesso di piovere.
Le pozzanghere di ghiaccio si sono trasformate in caffè dolce. Nere liquide accoglienti.
Hai visto?
Il sole ti brilla in fronte, come su uno specchio.
 Ti scalda e ti culla, come quando eri bambino.
Hai visto?
Gli occhi degli amici ti seguono, cani fedeli.
Hai visto?
Le finestre si sono spalancate e sulla strada frotte di bambini colorati corrono verso i semafori. Aspettano il verde, poi se ne andranno.
Hai visto?
I cuori continuano a battere all’impazzata e tu ci sei dentro, nel sangue che pompa.
Uno, due. Pum pum.
Uno due, sangue al cervello e anima tra i denti.
E tu lì, dentro tutti noi.
Hai visto?
Siamo tutti qui, come sempre, anche se abbiamo finito di aspettarti.
Ora ci sei dentro, silenzioso.
Hai visto?
Ha smesso di piovere.
Ora sarà sempre sole.
 
 
 
 
Caro Claudio,
il giorno che te ne sei andato faceva freddo. Molto freddo. Non ti ho accompagnato per l’ultimo viaggio, non sono venuta nemmeno di sopra, in casa tua. Non volevo vederti da morto. Guardavo gli amici salire e scendere da quelle scale strette, infreddoliti e straziati. Si cercavano con gli occhi e trovavano i sorrisi stentati di chi vuol fare il coraggioso per non piegarsi al dolore. E non sono venuta nemmeno all’ospedale. E’ stato casuale, ma forse no. Dovevo venire a trovarti proprio il giorno in cui hai pensato che proprio non ce la facevi più. Ti avevo sognato due notti prima e mi dicevi che dovevo sbrigarmi a venire da te, che stavi per partire. E’ così che hai detto nel sogno, partire. Ma la tua casa, senza ascensore, era disagevole per me e la mia sedia a rotelle. Ci volevano le condizioni adatte, gli amici che mi avrebbero aiutata. E quando quelle condizioni si sono realizzate, Giovanna mi ha detto: “Lo portiamo all’ospedale perché le sue condizioni sono peggiorate”. E così ho rimandato al giorno dopo, e al giorno dopo ancora. Sapevo che non ti restava molto tempo, ma sapevo anche che ci eravamo detti e non detti tutto ciò che dovevamo e che, conoscendoti, non avresti sopportato di farti vedere così, distrutto dal tumore che, voracissimo, in sole due settimane ti aveva divorato del tutto. E poi, lo ammetto, volevo ricordarti come l’ultima volta che ci eravamo visti, solo quindici giorni prima. Quando di nuovo tutti insieme eravamo ancora riusciti a ridere come degli scemi. Facendo finta di non sentire la tua tosse, o di non vedere il fazzoletto che di tanto in tanto, dopo esserti un poco allontanato, ti portavi alla bocca.
Sono stata vile, ma non sono ma riusicta a pentirmi di questa scelta. Nella mia testa sei così, come ti ho visto l'ultima volta: rotondo, pallido, sorridente.
 
Quando ho sentito suonare il telefono quella domenica mattina alle sette e mezzo, ho capito. Te n’eri andato e io non ti avevo neppure salutato. Quando Renzo ha aperto la porta della mia camera, non ha avuto bisogno di dirmelo, anche se me lo ha detto, e allora, finalmente, dopo tutti quei mesi, ho pianto. E quella notte, per la prima volta dopo mesi, ho dormito un sonno tranquillo.
Tu eri andato via, la mia paura, la mia costante tensione per la tua sofferenza, non serviva più. E ho dormito.
 
Niente, tra noi amici, è stato più quello che era quando c’eri tu. Mi piacerebbe dire che non è stato così, rendere più nobile ciò che è avvenuto dopo. Il perdersi, intendo.
Ma ci sono morti che uniscono, altre che spazzano via.
Noi, come gruppo, siamo stati spazzati via.
E qualcuno non ha più riso davvero da allora. Qualcuno ha gettato la sua vita, si è arreso, smettendo di vivere davvero ma lasciandosi attraversare dall'esistere. Ammetto che fatico a perdonare questo comportamento, pure se sono consapevole di non aver alcun diritto di perdonare chicchessia.
La maggior parte di noi ti ha preso con sé, più consapevole della propria vita, delle infinite ma definite possibilità che essa ci offre.
O almeno è così che mi piace pensare.
Che la tua morte non sia stata invano.
Per me non lo è stata. E so per certo che non lo è stata per molti altri.
La tua morte, paradossalmente (ma nemmeno tanto) ha spalancato quelle porte sulla vita che per paura tenevo sbarrate. E non c’è quasi giorno che non lo ricordi.
 
Quando tu e Giovanna avete deciso di sposarvi, molti, anche quelli che ti amavano, hanno pensato che fosse una follia. Tu stavi morendo. Lo sapevi. E lo sapeva lei.
Non avevate futuro, dicevano. Come se il futuro si potesse misurare! Come se tra un un’ora, tra un minuto non fosse già futuro. E quanto dura il futuro? Lo possiamo sapere noi?
In realtà, tu non volevi. Ma Giovanna non ha ceduto, come sempre. Lei ti voleva, in qualunque modo, a qualunque condizione. E hai ceduto tu di fronte alla sua determinazione.
E hai fatto bene, sei riuscito a regalarti, regalarle, regalarci ancora una dose di felicità. Breve incosciente, folle, ma felicità.
 
Il pomeriggio che Giovanna mi ha detto che eri malato –così tanto malato – non riuscivo a crederci. Eppure ho capito subito, come spesso mi succede quando le situazioni sono davvero gravi. Non riesco a nascondermi dietro il velo delle illusioni.
Sei mesi, mi ha detto al telefono. Gli hanno dato sei mesi.
Era luglio.
A gennaio era tutto finito.
Ricordo che sono restata per un’ora davanti alla finestra a cercare di capire. Cosa? Non lo so. Ripercorrevo quelle ultime settimane, il tuo continuo malessere, quella febbriciattola che non ti abbandonava mai, il tuo viaggiare continuo tra Milano e B., più volte alla settimana per raggiungere Giovanna e la discussione feroce di una sera, con M. che diceva che eri pazzo a fare così, in macchina, partenza alle otto di sera e ritorno alla una, le due di notte per vederla, che ti saresti ammazzato schiantandoti in autostrada. Tu non c’eri quella sera, naturalmente, eri in macchina e viaggiavi verso Giovanna. Nessuno sapeva, nemmeno tu che quella febbre non era solo stanchezza o influenza.
E io, romantica, che ti difendevo e dicevo Fa bene. Se vuol farlo, fa bene. L’amore non è per i pavidi. Quando ho saputo della malattia, mi sono convinta ancora di più. Avevi fatto la cosa giusta.
Solo io e G., quando Giovanna lo ha detto agli amici, abbiamo capito davvero cosa ti stava succedendo, cosa ti aspettava. Cosa ci aspettava.
Dal giorno della telefonata ho iniziato a consumarmi. Non passava un’ora senza che ti pensassi, che pensassi a quei sei mesi che ti avevano dato.
Luglio.
Agosto.
Settembre.
Ottobre.
Novembre.
Dicembre.
E un pezzo di gennaio. Qualche giorno in sovrappiù.
 
A novembre abbiamo fatto una mega festa di compleanno. Io nata il 26, tu il 27. Io compivo ventinove anni, tu trentacinque. Trentacinque e sapevamo tutti che sarebbe stata la tua ultima festa di compleanno, eppure siamo riusciti a divertirci. Le risate erano risate vere. Tu, pelato per via della chemio, tenevi banco, come sempre. Ti chiamavamo zio Fenster, come quello della famiglia Adams. Ho tante foto di quel giorno. Ti riguardo: pallido ma sorridente e rotondo, come sempre. G. che ti abbraccia; io e te che scartiamo i regali, tu che fai le facce strane, gli altri che ridono.
 
Ho altre foto, di altre feste. Perché ogni volta che si organizzava una grigliata, una cena, alla fine diventava una festa. E tu eri al centro del nostro mondo. Tu, G. e F..
Ma soprattutto tu.
Che eri speciale lo capiva anche chi non ti conosceva bene, come quando B., che avevi conosciuto solo qualche mese prima, ti ha regalato la chitarra. Tempo dopo, lui così diffidente e sulle difensive rispetto agli altri, mi ha detto che ti aveva voluto bene da subito.
 
Non ci credevano quando io e G. cercavamo di dire che non avevi molto tempo davanti, che dovevamo preparaci. Marco ci ha persino insultati, non per cativeria, semplicemente non poteva accettare la verità. E F. non voleva assolutamente parlarne. Non lo ha fatto neppure dopo. Non con gli amici, almeno. Solo una sera, qui da me, un paio d’anni fa, si è lasciato andare e ha pianto tutte le lacrime che avrebbe voluto piangere allora. E ha dovuto ammettere che sì, non eri partito per un viaggio, come si era costretto a pensare. Non di uno da cui si torna, almeno.
 
Il giorno che sei morto io ho fatto l’unica cosa che so fare.
Ti ho scritto.
Non questa lettera che viene ad anni di distanza da allora.
No, una poesia. Io, che di poesie ne ho scritte pochissime, per naturale imbarazzo, ritrosia, rispetto verso questa forma letteraria che richiede perfezione assoluta e ripudia la banalità.
In effetti, forse non si tratta nemmeno di poesia.
Ma cos’è non importa. A te non importerebbe la forma, bensì la sostanza.
 
E la sostanza è che non ti ho dimenticato. Che non ti dimentico mai, neppure quando non ti penso. Non dimentico la tua timidezza, la tua risata, la tua generosità. E nemmeno il tuo dolore e la tua rabbia per la vita che ti veniva strappata da sotto i piedi, come il tappeto in quei film di Stanlio e Olio in cui c’è sempre qualcuno che cade e altri che ridono a crepapelle. Solo che della tua caduta nessuno a riso.
 
Non so sei stato coraggioso o incosciente.
So che sei stato vivo, nel senso più profondo del termine. Perché c’è chi si fa attraversare dalla vita e chi la attraversa, agguantandola, facendola propria. Come hai fatto tu per il tempo, breve, che hai avuto a disposizione.
So che eri, sei, sarai, una bella persona.
Uno che ha dato, che c’era, che si sentiva.
Uno che, amato, ha riamato.
 
Ti saluto, amico mio, accomodato per sempre nel mio cuore, come su un comodo divano, con una sigaretta in bocca e un bicchiere di vino nella mano.
A parlare.
Ascoltare musica.
A sfotterci e a ridere.
Soprattutto questo: ridere.
 
Ciao.
Barbara
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