BARBARA GARLASCHELLI

martedì, 31 luglio 2007, ore 17:19
postato da bagar in diario fuoribordo • P.link

 

 

 

Morire il giorno in cui se ne vanno anche Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni... Tre grandi insieme, via.
Ovunque è possibile leggere "coccodrilli" sul grande attore francese, quindi è inutile ripeterne qui glorie e fasti.
Dei tre, la morte di  Serrault è quella mi rattrista di più, forse perché gli altri due sono  "monumenti" che appaiono eterni, mentre lui mi è sembrato sempre molto, molto umano.
Ho un ricordo legato a Serrault: potevo avere dodici o tredici anni, ero al mare e una sera, con gli amici, siamo andati a vedere Il vizietto. Il ricordo è legato a uno dei momenti più belli della vita di una persona: quando, insieme agli amici, si muore dal ridere. Ho l'immagine di me e un'amica, alla fine del film, sedute sul marciapiede fuori dal cinema, mentre ridiamo come pazze ripercorrendo alcune scene del film ('apparizione di Zazà in piena crisi di nervi; la cena delirante con i futuri suoceri; le prove in costume con il ballerino che gli/le fa scoppiare in faccia una chewing gum). Ad anni di distanza, mi diverte ancora, pur con i limiti di un film che gioca sugli stereotipi e i luoghi comuni ed è un po' "facilone". Ma Ugo Tognazzi e Michel Serrault, giganteggiano su tutto -trama, personaggi, cliché.

Poi lo ricordo di nuovo in un film completamente diverso - lui che forse ha rischiato più di Tognazzi di restare imprigionato nel personaggio de Il vizietto, Zazà - dolente e amaro: Nelly e Monsieur Arnaud di Claude Sautet, che gli valse il César.
Serrault era perfetto nel personaggio dell'ex magistrato, rinchiuso in un tran tran piccolo borghese, che si innamora della bellissima Emanuelle Beart e tenta, goffamente, di sedurla, per poi arrendersi, più che vinto, prosciugato dentro se stesso.

Se n'è andato, Michel Serrault ed è con la risata che  nasce ogni volta che rivedo Il vizietto, che lo saluto e lo ringrazio.

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lunedì, 30 luglio 2007, ore 11:20

Non potrei mai insegnare la scrittura. Posso solo impararla. Mi rendo conto che quando si tratta di parlare della scrittura, le parole mi vengono meno. Come se, d'improvviso, mi mancasse il respiro. La scrittura posso solo scriverla. Parlerei, invece, per ore di lettura e dei libri (soprattutto degli altri).  Ma non della tecnica, bensì delle storie, dei personaggi, dei rimandi, delle emozioni. Per questo accetto sempre volentieri (e spesso propongo) di tenere "percorsi di lettura".
Le parole mi incantano. Quando ne incontro di magiche, capisco perché ho scelto di scrivere: con il sogno di incantare nello stesso modo con il quale molti scrittori sanno incantare me.
Come fa Paul Auster, per esempio.

"(...) la realtà supera sempre ciò che riusciamo a immaginare. Per quanto sfrenati pensiamo che possano essere, i frutti della nostra fantasia non potranno mai tener testa all'imprevedibilità delle cose che il mondo erutta in continuazione. Adesso questa lezione mi sembra inevitabile. Tutto può succedere. E in un modo o nell'altro, succede sempre."

da Leviatano

Einaudi
traduzione di Eva Kampmann
p. 286
€ 10.50

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domenica, 29 luglio 2007, ore 15:21
postato da bagar in diario fuoribordo • P.link

Anche oggi fa troppo caldo per pensare qualcosa di originale. Così mi è venuto in mente di pubblicare sul blog una sorta di "ode" che avevo scritto alle mie amiche qualche anno fa. Nel frattempo, alla lista, se n'è aggiunta qualcuna. A tutte loro, anche a quelle con le quali ci siamo un po' perse di vista, va il mio affetto incondizionato.



ALLE MIE AMICHE
 
  
 
 
 
Le mie amiche non invecchiano mai.
Le ho sempre in testa con il loro sorriso da ragazzine e gli occhi pieni di curiosità.
Le mie amiche non invecchiano mai.
E quando si innamorano diventano corolle di fiori da spogliare e streghe piene di malìa.
Le mie amiche non invecchiano mai.
Anche quando diventano mamme, o manager, o girano per il mondo e comperano cartoline che non spediscono.
Anche quando sono spettinate e stanche e un po’ tristi per il tempo che scivola via o felici per il tempo che sanno riempire di parole nuove.
Le mie amiche non invecchiano mai.
Foglie nel vento, radici nelle terra, onde del mare.
Lacrime e sorrisi.
 
Le mie amiche le ho sempre nella testa. Affollano i miei pensieri. Mi mancano, a volte, come mi mancherebbero i battiti del cuore.
 
E quando penso a loro è amore che sento e un po’ di paura. Ché le mie amiche non invecchiano mai.
Ma io sì.
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venerdì, 27 luglio 2007, ore 17:47

Mi hanno appena sgridata. Per la precisione, è stata Tecla Dozio, la mitica proprietaria de La ibreria del Giallo di Milano, fucina di autori, idee, eventi, dementi e quant'altro... Mi ha sgridata perché utilizzo male il blog, lo uso solo per comunicazioni sui miei lavori, un po' come una vetrina (ed è nato da quest'idea) e non, invece, per interagire con chi passa di qui e, benevolmente, si ferma a darle un'occhiata (alla vetrina, appunto). E' che: sono pigra; sono convinta che quello che deve fare uno scrittore sia scrivere, appunto, e raccontare il meno possibile i fatti propri, men che meno fare pistolotti sulla scrittura (soprattutto se trattasi della sua); sono fondamentalmente incapace di rapportarmi con la tecnologia. Però, ha ragione Tecla, se usato bene (bene?) il blog è un gran mezzo di comunicazione.

Perciò, da oggi, INTERAGISCO!

E voi? Interagirete con me?

Comunque, il pensiero di oggi è una non-recensione: ho terminato di leggere il libro di Philp Roth Complotto contro l'America. Mi è piaciuto (senza entuiasmarmi, però, come era accaduto con Pastorale americana), mi ha fatto pensare (e le due cose non vanno necessariamente insieme) . Mi ha fatto pensare che la Storia dovrebbe insegnare a vincitori e vinti (ma non accade quasi mai), che una delle armi più potenti  in nostro possesso resta l'indignazione. Se smettiamo di indignarci siamo finiti. Che comunque sia, lo amiate o no, entrare in un libro di Philip Roth e nella sua scrittura è un'esperienza.
Fine della non recensione.

Philip Roth, Il complotto contro l'America (ed. orig. 2004 - traduzione dall'inglese di Vincenzo Mantovani, pagg. 441, euro 18,50 -Einaudi, Torino, 2005)

 

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martedì, 17 luglio 2007, ore 09:44
postato da bagar in saggi e riflessioni • P.link

SOSPESI. CREARE ATTESA E TENSIONE
 
 
 
 
Attesa: Il tempo trascorso nell’aspettare; anche lo stato d’animo di chi attende il realizzarsi di qualcosa.
Tensione: 2. fig. Stato di notevole eccitabilità, o sforzo intellettuale molto intenso, accompagnato da ansiosità.
 
Devoto Oli, Il dizionario della lingua italiana
 
 
“Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì.” [1]Se si potesse riassumere in poche parole la tecnica per creare attesa e tensione, utilizzerei questo racconto di Monterroso, fulmineo ed inquietante. Dal momento, però, che mi è stato richiesto di scrivere un breve saggio sull’argomento, non posso cavarmela così a buon mercato.
            Che poi, a ben guardare, i saggi, per certi versi, sono esattamente l’opposto di attesa e tensione. I saggi tendono a dare spiegazioni, razionalizzare concetti, dare ordine alle idee, presentare nuove tesi (sempre ammesso che l’autore ne abbia da presentare…). Invece, come possiamo leggere sul dizionario, le definizioni di cui ci occuperemo noi hanno a che fare con lo stato d’animo, ossia con ciò che di più irrazionale e mutevole esista.
            Dunque, attesa. E tensione.
            Che c’entra il brevissimo racconto di Monterroso (che è tutto lì, in quelle due righe, non è che ci sia un seguito)? C’entra, eccome. Noi abbiamo un protagonista (non importa sapere chi è), abbiamo un risveglio (non importa sapere dove) e abbiamo un dinosauro (e qui sarebbe interessante sapere se trattasi di erbivoro o carnivoro…) che non si è spostato dalla posizione in cui lo aveva lasciato il nostro eroe prima di addormentarsi.
            Che succederà adesso? Monterroso non risolve il quesito, e ci lascia in balìa di un’attesa che non ha soluzione.
            Ecco, la domanda che sta sempre dietro un buon racconto e che spinge il lettore a voltare pagina, invece che andarsene a fare un passeggiata nel parco, la domanda deve essere: “Che succederà adesso?”
            Caricare la molla. Accumulare elementi, muovere i personaggi in modo che l’aspettativa del lettore sia costantemente alimentata, come la caldaia di una locomotiva. Il treno è la storia. La storia viaggia sulle rotaie. Le rotaie sono il tempo della storia. Il tempo è fatto di attesa. L’attesa genera tensione. E durante il viaggio su questo treno, accadono cose: ci sono fermate, gente che sale e che scende, persone che si incontrano, si parlano, si ignorano, si piacciono. E il treno, prima o poi arriva da qualche parte. Dove, non sempre è importante. Può essere una città multicolore, caotica e folle. O un deserto piatto, silenzioso e bruciato dal sole.
 
            Gli scrittori – i bravi scrittori – sono persone che sanno creare mondi. Inventano storie e ti rubano un pezzo di vita da dedicare alle loro fantasie. Qualcuno a metà tra un dio e un sadico. Ma per fare questo, per essere capaci di rubare con destrezza il tuo tempo, devono necessariamente ricorrere a dei trucchi che provochino lo scatto di quel meccanismo che produce la fatidica domanda: “Che succederà adesso?”.
            Trucchi, finzione. Alessandro Baricco, uno che sa raccontare storie, fa dire a uno dei suoi personaggi: “i lbri, o i film (…). Più fasulli di così si muore, e se va a vedere chi ci sta dietro può scommettere che troverà solo solenni figli di puttana, ma intanto ci vedi dentro cose che ad andare in giro per la strada te le sogni, e nella vita vera non le troverai mai.” [2] Il punto non è che nella vita vera certe storie non ci sono, è che non sempre c’è chi le sa raccontare, e per farlo, in questo grande e pazzesco gioco che è la letteratura, è necessario conoscere le regole.
Sembra facile. Il fatto è che le regole sono molte e variabili, tante quante sono gli scrittori. Bisogna impararle. E c’è un solo modo per farlo: “Il solo modo per imparare a scrivere è scrivere. (…) La diligenza forzata è quasi sufficiente. Ma non basta. Bisogna avere il gusto delle parole. Esserne ghiotti. Bisogna desiderare di rotolarcisi dentro. Bisogna leggerne milioni, scritte da altri. Bisogna leggere tutto con divorante invidia o con annoiato disprezzo”.[3]
Lo strumento che lo scrittore ha a disposizione per fare tutto ciò (a parte carta, penna, macchina da scrivere o computer) è la parola, sua meraviglia e dannazione. La parola che è una, che per creare quella storia lì non ce ne sono altre. Perché per “qualche strano motivo certe parole, per quanto possano sembrare semplici, si dispongono in un determinato ordine soltanto una volta.”[4]
 
Di solito, l’idea della tensione è associata alla letteratura di genere (gialli, thriller , horror, noir) in cui l’elemento tensione è legato all’elemento attesa da un terzo, fondamentale componente: la paura. Che nelle storie di genere è raffigurata dalla violenza di psicopatici assassini, ma che, in tutta la letteratura del mondo ha un solo nome: morte.
            E’ la pura della morte che ci fa nascondere nelle storie. Noi chiediamo allo scrittore: “Raccontami e fammi dimenticare che ho paura di morire”. Questo anche se le storie che leggiamo sono basate sulla paura. E’ qui che la letteratura assomiglia alla vita, ma è anche altro: è palesamento, è aprire la finestra su mondi che non conosciamo e che, per il tempo – breve o lungo che sia – in cui li visitiamo, ci fanno dimenticare la paura che è in noi, dalla mattina alla sera.
            Ma non è solo nelle storie di genere che la tensione e l’attesa sono presenti. Recentemente mi è capitato di rileggere Il deserto dei tartari. In questo libro straordinario, il protagonista consuma la propria vita, relegato in una fortezza improbabile e visionaria, nell’attesa di qualcosa che deve accadere e che non accade mai, se non al termine della sua vita (e del racconto) e che Buzzati non ci racconterà.
            E’ la storia di un’attesa. Dell’attesa per eccellenza: che la nostra vita accada.
 
L’attesa nella tensione, questo forse il fulcro di ogni buona narrazione. Non solo la tensione dettata da una pistola puntata alla tempia, o di un mostro dentro l’armadio. Non solo l’attesa carica di elettricità di ciò che si nasconde dietro quella porta, o in quella casa che sembra abbandonata ma dalla quale, a volte, giungono strani rumori. Non solo quella. No. Anche la tensione di una vita normale, scandita dai ritmi di una quotidianità in cui pare non accada nulla, sino a quando un piccolo, insignificante particolare irrompe e getta all’aria ogni cosa.
            I personaggi dei miei racconti, per esempio, odiano aspettare eppure molto spesso è come se non potessero fare altro. Che è un po’ ciò che capita a noi tutti: aspettare che qualcosa nella nostra vita accada, con il terrore di non avere abbastanza tempo per aspettare che ciò si verifichi.
 
Il tempo. L’attesa e la tensione hanno, naturalmente a che fare con il tempo. Il tempo di un racconto non è quello di un romanzo. Non c’è lo stesso spazio. Mentre in un romanzo di duecento, trecento e oltre pagine, lo scrittore può permettersi alcuni momenti di “calo” della tensione, in un racconto di poche pagine rappresenterebbe un errore letale (per il racconto e lo scrittore. Il lettore, fortuna sua, può chiudere il libro e aprine un altro o andarsene al mare).
            “Il racconto è un’operazione sulla durata, un incantesimo che agisce sullo scorrere del tempo, contraendolo e dilatandolo”[5]
Più il racconto è breve, più le difficoltà crescono. Il rischio è di bruciare l’aspettativa, perdersi nella banalità, cadere nell’ovvio. Poche pagine – a volte poche righe – per raccontare una storia che abbia un inizio, un centro, una fine. La tensione narrativa ha poco agio per prendere la rincorsa: deve essere un salto altissimo spiccato nello spazio di uno zerbino.
Lo scrittore deve cercare l’equilibrio, il suono, l’evocazione. E se lo spazio a disposizione è poco, non può esistere indulgenza.
 
Quindi: tempo, parole, tensione, attesa, finzione. Questi alcuni degli elementi a disposizione dell’autore. E il talento, sì, certo il talento. E la fortuna. Sì, anche quella conta.
Ma, in realtà, solo una e una soltanto è la cosa davvero importante: la storia. Essa deve dominare “qualsiasi altro aspetto dell’arte dello scrivere; caratterizzazione, tema, atmosfera, nessuna di queste cose ha importanza se la storia è noiosa.”[6]
            Bisogna avere delle storie da raccontare, delle cose da dire. Perché è questo che lo scrittore fa: inventa storie e ti fa entrare nel suo mondo spacciandolo per mondo reale.
“Una storia è qualcosa che accade a qualcuno a cui avete finito per affezionarvi”.[7]
Perché nei libri, in ciò che ci raccontano – in dieci righe o quattrocento pagine – è un pezzo di noi che cerchiamo.
Un bravo scrittore ti prende per le spalle e ti dice:“Guarda, il mondo, così, non lo hai mai visto. Vieni con me e ti farò vedere il resto”.
            E a te viene voglia di seguirlo. Ovunque vada.
 
 


[1] Augusto Monterroso, Opere complete, Zanzibar, 1992
[2] Alessandro Baricco, City, Rizzoli, 1999
[3] John D. MacDonald, Introduzione a “A volte ritornano” di Stephen King, Bompiani, 1986
[4] Osvaldo Soriano, L’ora senz’ombra, Einaudi, 1996
[5] Italo Calvino, Lezioni americane, Garzanti, 1988
[6] Stephen King, A volte ritornano, Bompiani, 1986
[7] John MacDonald,  Ibidem
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SAGGIO TRATTO DA "ISTRUZIONI PER UN RACCONTO", a cura di G. Guarnieri, ed. LITERALIA, 2000
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