
Morire il giorno in cui se ne vanno anche Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni... Tre grandi insieme, via.
Ovunque è possibile leggere "coccodrilli" sul grande attore francese, quindi è inutile ripeterne qui glorie e fasti.
Dei tre, la morte di Serrault è quella mi rattrista di più, forse perché gli altri due sono "monumenti" che appaiono eterni, mentre lui mi è sembrato sempre molto, molto umano.
Ho un ricordo legato a Serrault: potevo avere dodici o tredici anni, ero al mare e una sera, con gli amici, siamo andati a vedere Il vizietto. Il ricordo è legato a uno dei momenti più belli della vita di una persona: quando, insieme agli amici, si muore dal ridere. Ho l'immagine di me e un'amica, alla fine del film, sedute sul marciapiede fuori dal cinema, mentre ridiamo come pazze ripercorrendo alcune scene del film ('apparizione di Zazà in piena crisi di nervi; la cena delirante con i futuri suoceri; le prove in costume con il ballerino che gli/le fa scoppiare in faccia una chewing gum). Ad anni di distanza, mi diverte ancora, pur con i limiti di un film che gioca sugli stereotipi e i luoghi comuni ed è un po' "facilone". Ma Ugo Tognazzi e Michel Serrault, giganteggiano su tutto -trama, personaggi, cliché.
Poi lo ricordo di nuovo in un film completamente diverso - lui che forse ha rischiato più di Tognazzi di restare imprigionato nel personaggio de Il vizietto, Zazà - dolente e amaro: Nelly e Monsieur Arnaud di Claude Sautet, che gli valse il César.
Serrault era perfetto nel personaggio dell'ex magistrato, rinchiuso in un tran tran piccolo borghese, che si innamora della bellissima Emanuelle Beart e tenta, goffamente, di sedurla, per poi arrendersi, più che vinto, prosciugato dentro se stesso.
Se n'è andato, Michel Serrault ed è con la risata che nasce ogni volta che rivedo Il vizietto, che lo saluto e lo ringrazio.
Non potrei mai insegnare la scrittura. Posso solo impararla. Mi rendo conto che quando si tratta di parlare della scrittura, le parole mi vengono meno. Come se, d'improvviso, mi mancasse il respiro. La scrittura posso solo scriverla. Parlerei, invece, per ore di lettura e dei libri (soprattutto degli altri). Ma non della tecnica, bensì delle storie, dei personaggi, dei rimandi, delle emozioni. Per questo accetto sempre volentieri (e spesso propongo) di tenere "percorsi di lettura".
Le parole mi incantano. Quando ne incontro di magiche, capisco perché ho scelto di scrivere: con il sogno di incantare nello stesso modo con il quale molti scrittori sanno incantare me.
Come fa Paul Auster, per esempio.
"(...) la realtà supera sempre ciò che riusciamo a immaginare. Per quanto sfrenati pensiamo che possano essere, i frutti della nostra fantasia non potranno mai tener testa all'imprevedibilità delle cose che il mondo erutta in continuazione. Adesso questa lezione mi sembra inevitabile. Tutto può succedere. E in un modo o nell'altro, succede sempre."
da Leviatano

Einaudi
traduzione di Eva Kampmann
p. 286
€ 10.50
Mi hanno appena sgridata. Per la precisione, è stata Tecla Dozio, la mitica proprietaria de La ibreria del Giallo di Milano, fucina di autori, idee, eventi, dementi e quant'altro... Mi ha sgridata perché utilizzo male il blog, lo uso solo per comunicazioni sui miei lavori, un po' come una vetrina (ed è nato da quest'idea) e non, invece, per interagire con chi passa di qui e, benevolmente, si ferma a darle un'occhiata (alla vetrina, appunto). E' che: sono pigra; sono convinta che quello che deve fare uno scrittore sia scrivere, appunto, e raccontare il meno possibile i fatti propri, men che meno fare pistolotti sulla scrittura (soprattutto se trattasi della sua); sono fondamentalmente incapace di rapportarmi con la tecnologia. Però, ha ragione Tecla, se usato bene (bene?) il blog è un gran mezzo di comunicazione.
Perciò, da oggi, INTERAGISCO!
E voi? Interagirete con me?
Comunque, il pensiero di oggi è una non-recensione: ho terminato di leggere il libro di Philp Roth Complotto contro l'America. Mi è piaciuto (senza entuiasmarmi, però, come era accaduto con Pastorale americana), mi ha fatto pensare (e le due cose non vanno necessariamente insieme) . Mi ha fatto pensare che la Storia dovrebbe insegnare a vincitori e vinti (ma non accade quasi mai), che una delle armi più potenti in nostro possesso resta l'indignazione. Se smettiamo di indignarci siamo finiti. Che comunque sia, lo amiate o no, entrare in un libro di Philip Roth e nella sua scrittura è un'esperienza.
Fine della non recensione.

Philip Roth, Il complotto contro l'America (ed. orig. 2004 - traduzione dall'inglese di Vincenzo Mantovani, pagg. 441, euro 18,50 -Einaudi, Torino, 2005)
