NON FARE IL CONIGLIO
di
Ladypazz
- Svegliati!! Scendi giù dal letto!
- Papà che c’è? – Venni trascinato a forza per terra.
Mio padre mi prese a schiaffi sulla testa e poi mi spinse fino al giardino dietro casa.
C’era anche Don Augusto, il prete del paese. Aveva in mano la gabbia rossa di Cenerina, il mio coniglio grigio.
- Lo sai chi sono io? Eh? Lo sai?
Non risposi. Lo sapevo fin troppo bene chi era mio padre.
- Sono un uomo che in paese salutano tutti. Faccio un mestiere faticoso e nessuno mi ha mai mancato di rispetto! Lo sai vero cos’è la paura? Sì che lo sai, te la leggo negli occhi! Qualcuno mi ha detto che stai frequentando un bar di finocchi! E’ vero?
- Non chiamarli così! -, gli dissi sottovoce.
- Ha sentito Don Augusto?Non devo chiamarli finocchi!
- Ho detto ai miei uomini che eri lì per caso -, continuò mio padre guardandomi negli occhi.
- Gli ho raccontato che sei solo un po’ curioso, perché tu sei un uomo e, adesso lo dimostri a papà tuo che non sei un coniglio!
Il prete prese il fucile e me lo passò.
- Ammazza il coniglio e finiamola qua! - disse mio padre.
- Ma perché?
- Impugna il fucile e ammazzalo!
Sapevo sparare dall’età di sette anni. Il nonno mi portava a caccia a farmi vedere come si ammazzava la preda e se qualche volta non crepava subito, spettava a me sparare il colpo mortale.
Afferrai il fucile.
- Ammazzalo! - disse mio padre con voce rassicurante.
- Sì! – risposi con fermezza, asciugandomi gli occhi.
Decisi di farlo e non pensarci più. Sparai ad un arto e poi ad un altro spappolandoglieli.
Un terzo colpo ad occhi chiusi centrandolo in pieno e poi un quarto e un quinto ad occhi aperti.
Dopo mi chinai ed aprii la gabbia, presi il coniglio per le orecchie e lo lasciai libero. Nessuno da quel giorno in poi avrebbe potuto badare a lui.
Mi diressi verso casa mentre - Slap! Slap!-, Cenerina leccava il sangue dai cuori caldi di mio padre e di Don Augusto.
Questa è una lettera telegramma per Milano. E' molto occupata, non ha tempo di leggere, la signora. Come tutte le città è donna, ma lei non si può dire femmina, non ha certe cupole prosperose alla veneziana o alla romana, lei vive di rettagoli e scaleni, per lei il Bramante ha creato una specie di pentola a pressione in scatola e del duomo non voglio parlare. Perché anch'io sono donna e non so quanto femmina, perché questa non è una lettera né d'amore né di disamore. E' un telegramma per chiarire. Aver ben chiaro che la descrizione in atto è su un'identità confusionaria e rumorosa. Il rumore è l'elemento portante della tua architettura, esco di casa e non sento i miei passi, non sento il suono del mio respiro. Fuori invece le piante odorano e fremono e le ali degli uccelli sbattono. Marcovalda eccetera, nossignora, qui si tratta del mio corpo che questa città rende artificiale, muto. Chi sono io se mi hanno tolto il suono, l'odore, il contatto con la terra. La terra non c'è, resta la neve sporca di grigio o l'asfalto. Non riesco a decidermi fra una visione di Milano come sotterrata e sottomessa dal traffico, industria, moda, modernariato ecc. , quindi vittima o fra quella contraria di una manager in tailleur e mèches all'ultimo grido. Che magari fosse l'ultimo. E soprattutto sterile. Città vietata ai minori di anni 18. Abusivi gli asili, imbarazzo per i lattanti attaccati ai seni, circonvallazioni intorno ai giardinetti, polveri e turni di lavoro molto più pregnanti. Nata a Milano e bionicizzata in un essere simbiotico donna-macchina con portafoglio incorporato. La povertà va bene al contorno, in metropolitana, un violino e un bicchiere di carta per le monete, ma se i soldi non ci sono, il milanese perde la cittadinanza. In un paio di mesi si faranno altre vetrine. STOP.
