PROFILO
di
Giorgio Sannino
Dedicato a Ettore Sannino
La regola era sempre la stessa: silenzio.
Non si poteva fiatare, ci si poteva muovere ma senza fare rumore e comunque il meno possibile. Lui si sedeva di fronte alla tela bianca e la persona ammessa, mai più di una, poteva restargli accanto. Guardare. Respirare. La concentrazione andava preservata. L’ispirazione. Quando dipingeva non c’erano motivi cause fattori esterni. Stava dipingendo. Cominciava sempre con tre segni di carboncino. Ai miei occhi di bambino erano onde verticali, oblique o appena accennate. Non sapevo cosa ne sarebbe nato, perciò me ne restavo lì, a guardare la vita nascere immobile come me, sospesa come il mio respiro. Mia madre si stupiva. Il mio pallone, le mie ginocchia sbucciate, la mia voce perforante si zittivano. Al fianco di mio nonno entravo in apnee surreali. Resistevo senza fatica fino alla fine della giornata, certe volte coincideva con la fine del quadro. Allora lui mi diceva ecco fatto, ti piace? Mi facevo serio, cercavo di appellarmi a qualsiasi pretesto che mi deviasse da quello che pensavo e cioè che fosse una magia, che non ci fosse film o favola o avventura migliore.
Portava un berretto rosso e una sciarpa gialla. Era largo di pancia, rideva di faccia e parlava il giusto.
Ha dipinto per cinquant’anni. Per l’Italia ci sono tanti di quei quadri che neanche la casa del sindaco, pensavo. Perché nella casa del sindaco avevo visto una parete coperta di cornici e credevo che fossero più di mille. Poi c’erano stati il monumento ai caduti di Portici, circondato dagli alberi della Villa Comunale e la facciata della chiesa intitolata alla Nascita della Vergine. E tutte quelle statue e gli altorilievi e… Oggi gl’intestano una via e lui ne avrebbe riso. Si sarebbe messo le mani sulla pancia e avrebbe ricordato la guerra, quando per mangiare si era messo a dipingere in serie vedute del golfo di Napoli per gli ufficiali inglesi, con una portaerei all’ingresso e l’aviazione a bombardarla.
Gli facevano lacrimare gli occhi quei finti golfi in serie, perciò non li firmava, ma il pane, quello, a casa lo portava.
LA PROSSIMA STROFA
di
Leggera nell'aria e pesante sui tetti, la neve ha fatto stamane ciò che al fico negli anni era riuscito solo in parte. Le tegole a ranghi rotti, stanche sulla terra bianca di oggi e nera di sempre, non sembrano rimpiangere il loro antico mestiere di separare il dentro dal fuori.
Sempre si torna a ciò che si ama.
Una volta ancora questo refrain suona, ogni volta ancora la strofa cambia. Sono venuto a vedere questa casa ad ogni tempo del cielo, del ruotare dei pianeti, del mutare degli umori; e sempre ho trovato esattamente quello che cercavo: ricordi di focolare tra i mattoni, sogni di vita nel fico fuori dalla sua asola, la collina poco più in là perdere convessità per concedersi orizzontale al mare.
Oggi la neve ha cancellato il dentro e il fuori.
Poesia scritta stretta, un maglione di parole tricotées dure e rigide: questo abbiamo costruito, sperando ci scaldasse l'inverno che fino a ieri era pioggia che fa correre via dai fuori e sperare riparo nei dentro. Abbiamo creduto alle bugie dei tetti, dei rifugi, dei maglioni. Ci vorrebbe il bianco che cancella il dentro dei pensieri e il fuori degli amplessi. Tra noi ci vorrebbe il bianco di carta sul quale calligrafare nuove poesie, il bianco di lenzuola che nella notte trasforma il domani in già, il bianco di proiettore che nella pellicola fonde l'altrove e il qui, il bianco di latte per far diventare grandi i nostri sogni, il bianco di farina per fare pane nuovo.
Tra noi ci sarà il bianco di denti per quando la vita si fa dura, il bianco di sale per quando la vita perde sapore. Sempre si torna a ciò che si ama.
