Puu-tii-uuit?, o il silenzio che urla | BARBARA GARLASCHELLI

sabato, 10 maggio 2008, ore 09:48




Nicoletta Vallorani



di
Nicoletta Val
lorani

 
 
Chi fa di mestiere l’insegnante, e lo ha fatto per tutta la sua vita adulta, non ha moltissima consuetudine col silenzio, nel senso che gli capita di rado di goderne. Se è bravo, impara detestarne un tipo, che va sotto il nome di silenzio-indifferenza, e ad amarne un altro: quella specie rara di assenza di voci in un’aula affollata che è il silenzio rapito. Ho fatto l’insegnante per tutta la mia vita adulta. Nella scuola superiore, ho campionato silenzi-interrogazione, silenzi-predica, silenzi-torpore, silenzi-giornata di pioggia e via dicendo. Di norma, preferivo il fertile caos della discussione, ma lì i numeri erano limitati e di rado mi è capitato di avere in classe studenti che non avrebbero voluto condividere con me neanche lo stesso fuso orario. Sono stata fortunata, immagino. All’università, invece, si lavora con grandi numeri e in aule sconfinate come continenti in guerra. A scopo difensivo, molti miei colleghi di ora, all’università, sviluppano una predilezione per il silenzio-indifferenza, articolando il corrispettivo insegnamento neutrale, che dell’indifferenza è il fratello gemello. Non è il mio caso. Anni fa, all’inizio della mia carriera universitaria, mi è capitato di avere un corso affollatissimo. Insegnavo Lingua inglese, e lavoravo sulla retorica dei reportage giornalistici di guerra. Erano tempi complicati: nel 2003, gli USA invadevano l’Iraq, intenti a portare la pace a colpi di mortaio. Si faceva un gran parlare di missioni destinate a sostenere i civili, e intanto proprio i civili schiattavano come mosche, intrappolati nella carta moschicida di un conflitto in corso. In questo bel contesto, io selezionavo pagine di giornale e le proponevo a un paio di centinaia di studenti, partendo dall’ardita ipotesi che si potesse imparare qualcosa di più sul lessico inglese analizzandone lo scempio che ne facevano le star della politica internazionale. E una volta portai in aula un articolo sulle “bombe a grappolo”: ordigni multipli al primo posto nella hit parade del massacro bellico casuale. Tecnicamente, la lezione aveva a che fare con la distinzione tra significato denotativo (e.g. sedia = l’oggetto sedia che il termine designa) e significato connotativo (e.g. sedia = attrezzo sul quale posso riposarmi quando sono stanco). Il fatto è che non parlavamo di sedie, ma di bombe a grappolo. Così, mi trovai a mostrare immagini di bombe a grappolo (= significato denotativo dell’espressione “cluster bomb”), per poi passare a descrivere, con la medesima dovizia di immagini, gli sgradevoli effetti collaterali che le cluster bomb producono su un bambino iracheno che, per esempio, raccoglie un grazioso cilindretto giallo inesploso e ci si mette a giocare finché quello non decide di esplodere. E il bambino salta per aria: e questo è, appunto, il significato connotativo. Devo ammettere - a mio merito o a mia discolpa, a seconda dei punti di vista – che non avevo pianificato la cosa: non avevo ragionato cioè sulla reazione possibile delle duecento testoline pensanti che mi trovavo davanti, e che si esibirono in uno dei silenzi rapiti più profondi e inquietanti della mia vita professionale. Non volava una mosca, persino i pensieri stavano immobili per non disturbare. In quel silenzio di Chiesa, ho chiesto se avessero capito. Dal fondo dell’aula, la vocetta di una ragazza dai capelli rossi recitò, in un inglese pulito e scolastico, il succo dell’intera lezione. E in pratica era una dichiarazione contro la guerra in tutte le più strampalate articolazioni retoriche imbastite dai politici, che – bontà loro – in guerra non ci vanno. Quella ragazza si è poi laureata, e come molti altri – forse con un po’ di consapevolezza in più – è entrata nel mondo degli adulti. Ci siamo riviste spesso, dopo e grazie a quel surreale silenzio. E ancora oggi sono forse stupidamente orgogliosa di aver mediato con una semplice lezione di lingua inglese la comprensione di un concetto fondamentale. Vonnegut, in quella bellissima, esilarante e terribile storia del bombardamento di Dresda che è Mattatoio n.5, scrive: “Non c’è niente di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non debbano più dir niente o voler niente. Dopo un massacro, tutto dovrebbe esser tranquillo, e infatti lo è, sempre, salvo per gli uccelli. Che cosa dicono gli uccelli? Tutto quello che c’è da dire su un massacro; cose come “Puu-tii-uuit?”.
Appunto: “Puu-tii-uuit?”
 


Forse il più famoso libro di Nicoletta

Quello che ho amato di più, in assoluto

commenti (4)
Commenti
#1   10 Maggio 2008 - 09:50
 
Nell'augurare a tutti un buon fine settimana, voglio ricordare che domani è la festa della mamma. Auguri a tutte le mamme e ricordatevi di porgere i vostri auguri alla vostra mamma. Ciao da Maria
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Melina2811

#2   10 Maggio 2008 - 12:40
 
Quante cose racchiude il silenzio! Dalla contemplazione all'orrore, dalla riflessione alla solitudine e Nicoletta con questo pezzo ci ha regalato un momento di riflessione molto interessante. I tuoi studenti sono fortunati ad averti come insegnante. Ciao Lucia
utente anonimo

#3   10 Maggio 2008 - 17:39
 
E' un pezzo così intenso che me lo rileggerò,
anzi me lo stampo subito
e lo porto di là...
resto ammirato, davvero

MarioB.
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#4   10 Maggio 2008 - 21:25
 
Bravissima Nicoletta Vallorani (ha ragione su tutti quei silenzi) e grazie a Barbara.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Annalisa55

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