Tra 100 e 140 milioni di donne e bambine in tutto il mondo sono state sottoposte a forme di mutilazioni genitali, lesive dell’integrità fisica e nocive per lo sviluppo della persona. Sebbene vi siano stati segnali di miglioramento, in particolare l’abbandono della pratica da parte di diverse comunità del Senegal, la mutilazione o taglio dei genitali femminili viene ancora praticata, ogni anno, a danno di oltre 3 milioni di bambine nel solo continente africano, secondo recentissimi dati UNICEF.
La pratica delle mutilazioni genitali femminili provoca danni fisici irreparabili, può dare luogo a problemi di carattere psicologico e potenzialmente rappresenta una minaccia per la vita stessa di chi vi è sottoposto. La mutilazione viene di solito effettuata su bambine e adolescenti tra i 6 e i 15 anni. In alcuni paesi però circa la metà delle mutilazioni genitali femminili è praticata su bambine di meno di 1 anno.
Alla Sessione Speciale ONU del 2002 sui diritti dell’infanzia i governi si sono impegnati a porre fine alla pratica delle mutilazioni genitali femminili entro il 2010: è un obiettivo ambizioso, ma, agendo subito, si può contribuire ad arginare questa pratica, tutelando la salute delle bambine e assicurando che i loro diritti fondamentali siano rispettati.
L’UNICEF è attivamente impegnata nella lotta per l’eliminazione di tutte le forme di mutilazione genitale femminile, e lavora a stretto contatto con l’OMS, l’UNFPA, l’Ufficio dell’Alto commissariato per i diritti umani, e ONG guida del settore, come la senegalese TOSTAN.
Un caso particolare e poco noto è quello dell’Egitto, dove secondoricerche recenti promosse dall’UNICEF l’80% circa delle adolescenti tra 15 e 17 anni ha subito forme di mutilazioni genitali. La pratica è presente sia tra la popolazione musulmana che tra quella copta, e anche se è più diffusa nelle aree rurali si riscontra in tutto il paese. Tuttavia, come annunciato con un pubblico impegno lo scorso settembre dalla First Lady egiziana, Suzanne Mubarak, ci sono molti segnali positivi e grazie alle campagne in corso si prevede che la percentuale cali almeno al 60% entro i prossimi dieci anni. I programmi UNICEF a riguardo attuati in collaborazione con il National Council on Childhood and Motherhood (NCCM), hanno puntato sia al lavoro con le comunità locali, sia all’azione di pressione sulle autorità nazionali e locali.
Sul piano normativo, il decreto n. 271 del giugno 2007, che vieta esplicitamente a qualunque medico o paramedico di praticare le mutilazioni, ha segnato un importante progresso. Ma soprattutto, il Consiglio Supremo di Ricerca Islamica dell’’Università Al-Azhar ha emesso una dichiarazione formale ribadendo che le mutilazioni genitali non hanno alcun fondamento nei precetti dell’Islam, che sono dannose e non devono essere praticate. E il Gran Mufti Ali Gomaa ha emesso una “fatwa” di condanna delle mutilazioni.
Nel lavoro con le comunità locali, l’UNICEF e il NCCM promuovono il modello dei “Villaggi senza FGM”, operando in 120 villaggi rurali dell’Alto e basso Egitto, coinvolgendo tutte le componenti della società locale, personale sanitario, leader religiosi, capi famiglia, in un dialogo serrato sul problema delle mutilazioni, utilizzando motivazioni sanitarie ma anche un approccio basato sui diritti umani, dei bambini e delle bambine, per arrivare a un pubbliche dichiarazioni d’impegno ad abolire sia le mutilazioni sia i matrimoni precoci. Il movimento si sta allargando, con notevoli risultati, e gli operatori delle ONG partner e i volontari delle Nazioni Unite moltiplicano i gruppi di discussione e presa di coscienza del problema nelle scuole, nelle università, nei centri giovanili.
In questo momento storico di potenziale cambiamento di tradizioni radicate, sottolinea l’UNICEF, l’Egitto – e le donne e le bambine egiziane anzitutto – hanno bisogno del massimo sostegno, per vincere la battaglia contro le mutilazioni genitali femminili.
Le autrici di facce di bronzo hanno deciso di devolvere il 100% dei diritti d’autore di questo libro per appoggiare questo progetto.