lunedì, 23 giugno 2008, ore 09:28


 

Specchio Kiyoko.p.2

disegno a china di Mario Bianco

 

 

di
Mario Bianco


 
 Mi sono alzata dalla vasca da bagno, cioè dal mio tino di bambù, ho indossato l'accappatoio bianco, ho aperto l'armadietto ed ho cercato, mentre mi rigiravo l'asciugamano sui capelli, la maschera di pulizia, composta di candidi fanghi dell'isola di Hokkaido. Ho avuto un po' di tempo, un mucchietto di minuti in più per me, questa mattina. Sono andata allo specchio il quale, come quasi tutti i giorni si mostra appannato, in specie quando faccio il bagno nella tinozza. E' una cerimonia, un rito segreto e personale per me, spalmarmi con cura la maschera bianca, di fronte allo specchio appannato e poi con la mano sinistra disappannare, togliere le gocciole minute di vapore e far apparire il mio volto camuffato, il mio volto da dama di corte, come in un rotolo dipinto del mio amato pittore Hosoda Heishi; così appare il mattino la dama nipponica che a tutti tengo celata, mimo la gheisa di gran rango o la fanciulla che vagheggia un episodio del romanzo d'amore Ise Monogatari: sogno un mondo lontano, che ho rifiutato e la mia dama ora sta lì, davanti a me, in forma di fantasma quasi a consolarmi. Dopo questo intimo teatro salta fuori un'altra donna e comincia la mia giornata di lavoro.
 Ma questa mattina non ho avuto nemmeno la voglia di svelare il vetro; ho atteso di più, ho aspettato che il vapore si raccogliesse in gocce più grandi e cominciasse a colare sulla superficie. Tra i rigagnoli di acqua sottile e brillante per la luce riflessa ho cominciato a scorgere i miei occhi bruni quasi anch'essi fossero di nero truccati, come quelli della gheisa, della dama di Osaka e da questi miei occhi, da quegli altri occhi sono sgorgate stille d'acqua non più di vapore composte, ma di naturale secrezione delle mie ghiandole lacrimali da tanto tempo disusate da sentirle quasi rinsecchite.
Ho alzato allora la mano per cancellare con le colature di vapore le mie lacrime e il volto mio antico od attuale. Vorrei così fosse possibile in un gesto cancellare, gettare via i ricordi recenti, i pensieri assillanti, le conversazioni, i litigi senza senso con Luigi, la sua disperazione profonda che mi avvolge e pare voglia succhiarmi e trascinarmi in un vortice di nefasta, quasi folle tragedia.
Da vent'anni ho sposato Luigi e da vent'anni ho lasciato il Giappone. Luigi mi colse in Osaka ad una cena in un Hotel ove mi recai con la mia famiglia per partecipare ad un ricevimento in onore di una trattato commerciale tra l'Italia ed il paese del Sol levante. Luigi è ed era bello, alto, elegante; mi piacque il suo stile, il suo eloquio la sua parlata cantante, il suo muover le mani in gesti morbidi, espressivi. Mio padre, l'ingegner Miyahara Kinsuke che con l'ingegner Luigi Bruno aveva trattato e discusso alcuni particolari tecnici per la realizzazione di impianti elettrici industriali nel Nord del nostro paese, si avvicinò a lui dopo la cena e gli presentò mia madre, dietro cui me ne stavo nascosta; fu Luigi a chiedere a mio padre chi fosse quella bella fanciulla ritrosa, appiccicata al vestito della mamma. Mi presentarono loro malgrado. Chissà che non vedessero dietro la sua figura benevola ancora il diavolo straniero.
Io dietro di lui vedevo l'Italia, la terra delle arti, morbidi paesaggi, il Rinascimento, Firenze, Roma, gli imperatori romani, i cipressi della Toscana. Nella sua figura realizzavo una mia voglia di antico e romantico, conosciuta e coltivata durante gli studi al Liceo, e non appagata dalle bellezze del Giappone, così violate da imperanti fumi di industrie, attivismo e concorrenza sfrenate. Odiavo allora dame di corte, gheise, l'impero Meiji, shogun e persino il Buddha di Kamakura: volevo, sognavo un'altra cosa, un'altr'aria, un'atmosfera nuova addirittura gli spaghetti che non avevo mai gustato. Da allora non ho più pianto, da quando piansi tanto, sfrenatamente per amore tanto da asciugarmi. In breve nacque l'amore tra Luigi e me: chi non crede al colpo di fulmine, sappia che le sue mani muovendosi leggere a raccontare mi hanno fatto vedere il profondo del suo cuore e i suoi occhi perduti sul Campanile di Pisa mi hanno significato intelligenza e passione. Ho dovuto tanto lottare per avere quell'uomo, quest'uomo; ho dovuto quasi scannarmi per dimostrare ai miei genitori quanto l'amavo.
Quanto l'ho amato! E Luigi mi ha quasi rapito. Da allora non sono più ritornata in Giappone, ho sì rivisto i miei genitori, mia sorella minore, che dopo la rappacificazione sono venuti numerose volte a visitare noi e l'Italia. Luigi mi ha quasi rapito ed ancora forse ritenta nella maniera peggiore di rapire la mia energia vitale, il meglio della mia vita che faticosamente ho costruito qui in Italia. Luigi ha dei buoni genitori, che mostrano di amarmi assai, ma purtroppo ha anche un fratello forse più bello di lui. Era forse più bello, più spigliato, quasi sfrontato, sportivo come le sue auto, sportivo come le sue giacche, le sue donne i suoi casinò, i suoi debiti, i suoi fallimenti, le sue depressioni, i suoi ricatti, i suoi minacciati suicidi. Non mi piacque mai. Lo vidi, Amedeo Bruno per la prima volta al nostro matrimonio; come sempre sfolgorante di glorie presunte e di affari internazionali; fece pure il vezzoso con me e non gli ho mai perdonato di avermi corteggiato in assenza di Luigi. Pare voglia trascinare tutti nel gorgo della sua perdizione, attrarre tutti con i suoi begli occhi azzurri, invero magnetici, per sedurre, irretire ossia avvolgere nella propria rete di coloratissimo ragno, per poi succhiarti l'anima, il denaro quasi la vita.
Così Luigi, il mio Luigi per lui sta soffrendo ed io con lui, ma troppo ora. Luigi raccoglie i suoi pezzi, Luigi liquida l'azienda di Amedeo, Luigi va per avvocati e notai, paga debiti, lo ripesca in Venezuela, in Guyana, in Brasile. Mio malgrado con Luigi Bruno ho sposato anche suo fratello maggiore Amedeo; è sempre stata una presenza pesante, da incubo. Io ho fuggito la mia famiglia in cui non c'erano questi problemi, lasciandola lontanissima, affranta e sognando, sognando ho trovato qui l'altra faccia della medaglia, il retro dello specchio.
Ho costruito qui molto, in questi ultimi quindici anni, ho trasformato un negozio di pelletterie in una piccola azienda produttrice di borse e valige italiane. Ho girato l'Italia tutta alla ricerca di artisti, stilisti, creativi giovani che mi inventassero nuovi modelli; sono riuscita financo a far dimettere Luigi dalla sua industria e lui lavora con me ora, mi è stato preziosissimo, un socio intraprendente, un menager attivissimo e ora mi muore dietro quel suo fratello che sta per finire in carcere, non voglio perdere Luigi così ed io non voglio perdermi con lui. Voglio ancora vedere Luigi allegro, Luigi beato, Luigi affettuoso, quel Luigi: anche il Luigi arrabbiato perché le cose non girano, arrabbiato con me perché sono una stupida e mi sono lasciata turlupinare da un designer, questo non importa.
Vorrei strappare Luigi dal gorgo, ora che beve più wiskey, risponde male ai dipendenti, ai rappresentanti, non dorme la notte e spesso non dorme più con me. Vorrei strapparlo dal vortice, dall'oppressione, dalla minaccia dei pensieri che l'assediano.
Vorrei cancellare con la mano come faccio ogni mattina dallo specchio i pensieri assillanti, quelli che mi torturano e corrompono le nostre vite: i pensieri come bagno di vapore appannano i nostri connotati, trasformano il viso in un fantasma, uno spettro deforme .
Questa mattina, gli assilli e le angosce sono tutt'uno con me, e con l'ombra mi accorgo che potrei cancellare anche la mia persona, invero così debole ed effimera, passeggera. Penso alle mie borse, alle fatiche ed ai successi di questi anni, ai rotoli antichi giapponesi e cinesi su cui ho visto tante donne piangere: mai avrei voluto essere come loro! Mi guardo queste mani imbiancate dalla pasta di ceneri termali di Hokkaido e sento che sto andando in cenere anch'io, in questa melma biancastra mi sto trasformando.
Mantengo ancora una corrispondenza con una antica amica mia in Giappone, Shundo Aoyama, persona fine, religiosa buddhista; Aoyama è sollecita di questi tempi, moltissimo mi scrive anche via e-mail, mi manda messaggi consolatori, pare capire tutto e mi manda ricette, a volte irritanti, per sopire o rimuovere il mio dolore.
Mi ripete, Aoyama, che i pensieri sono la cosa più effimera della nostra vita, che di essi solo una piccolissima parte ricordiamo, eppure tutto mi pare di soffrire e ricordare in questa mattina, tutta una storia di vent'anni e più, con una minaccia sempre presente.
Mi parla, Aoyama, del silenzio della mente, ed a me pare sia questa un’altra provocazione, un'alternativa che non so come prendere e comprendere. Non voglio andare in conventi a fare pratiche spirituali per cercare vuoti mentali: vorrei solo cacciare lontano l'angoscia che mi sovrasta. Vorrei, vorrei.....dico sempre vorrei e mi sento poi sempre impotente di fronte alla disperazione di Luigi, che mi parla e mi parla e mi parla e mi succhia e non si libera di tutto questo male. Vorrei andarmene lontano e non posso né lasciare Luigi, né voglio lasciare questa cosa qui, che ho costruito.
Guardo ancora una volta lo specchio che ora si è liberato della sua patina d'acqua ed i rivoli sono scesi fino a formare una piccola pozza sul davanzalino tra tubetti, scatoline e spazzole. E' scesa l'acqua, un vapore acqueo che si è condensato ed ha formato un suo laghetto come quello in cui si specchiano i ciliegi in fiore di Suzuki Kiitsu: vorrei fosse acqua pura come il mio nome, poichè Kiyoko significa purezza: qui si specchia e si scioglie Miyahara Kiyoko, qui si spezza come un ramo Kiyoko e come un ramo precipita in questo lago; piccole onde ed increspature lo e la portano lontano verso una cascata, non so. Come dice il mio amato poeta Kai Wariko:
                        Nonostante le rocce e le radici
                        l'acqua scorre,
                        increspandosi appena.
Sono in quest'acqua, in questa corrente, in questo ruscello che appena si increspa e solo un poco avverte la mia caduta . Sono quest'acqua forse, anch'io, in cui tutto si dissolve.
Sono come la carpa di Hokusai, qui appesa al muro, che con la bocca aperta risale a fatica da un fondo melmoso ed oscuro, anela respirare la luce e far risplendere ancora al sole le sue scaglie dorate.
bagar
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Commenti
#1   23 Giugno 2008 - 10:50
 
incantata, affascinata...ho letto con piacere immenso questa ricchezza di immagini scritte, mi son venuti in mente quadri e scene da film, Hokusai, Kurosawa...
e la realtà prigioniera.
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#2   23 Giugno 2008 - 14:21
 
MARIOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!

sì.
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#3   23 Giugno 2008 - 19:50
 
viva Mario!
Elisabetta
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#4   23 Giugno 2008 - 21:56
 
che bel disegnino! :-)........dai, scherzo. Caro Mario, mi sono sentito come quando leggevo i libri di Salgari. Posti che non avrei (e non ho) mai visto, eppure così presenti manco ci camminassi dentro. Sei un atlante illustrato :-)
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#5   23 Giugno 2008 - 22:47
 
ringrazio vivamente i cari amici,
eggià,
nondimeno l'ottima BarGà
che mi volle ospità'
MarioB.
utente anonimo

#6   23 Giugno 2008 - 22:52
 
a enricogreg:
in effetti essendo un cartographe fou, non posso che fare atlanti illustrati, anzi, a dire il vero, ci ho un racconto lungo iniziato da due anni di un Atlante o Mappale o Cabreo, chissà mai se lo finirò...
MarioB.
utente anonimo

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