Siate magia, e raccontate...
MANICURE
di
Aitan
Smise di mangiarsi le unghie e torturarsi le pellicine delle dita solo qualche giorno prima del matrimonio.
I primi anni furono bellissimi: le mani sempre curate, le unghie smaltate di rosa corallo, i capelli di tutto punto e la pelle profumata di glicine, sandalo e violette. Fu bellissimo, anche se la figlia bionda, rotonda e dalle mani affusolate tardava a venire, non veniva, pareva non volesse venire affatto.
Col tempo, il leggero malessere montò in nostalgia, in malinconia, in vuoto; fino a sprofondarla nella più cupa disperazione e a ricondurle le mani in bocca; come fossero fatte della stessa materia delle tette, delle tettarelle o dei cazzi; come se solo da quelle dita potesse venirle un senso di serenità e rassicurazione..
Col tempo, il marito rientrava sempre più tardi; talvolta se ne stava tutta la notte fuori, e lei, con lo sguardo fisso nel vuoto, sprofondava nella poltrona di fronte alla finestra con l'indice e il medio stretti fra i denti, e rimaneva immobile, ad aspettare che venisse il sonno o si facesse giorno. Ormai non profumava più di violette, la sua pelle non emanava odori di sandalo e glicine; ogni giorno i suoi abiti erano più sciatti, i capelli trascurati e le mani sempre più sudice e non curate.
Col tempo, il marito cominciò a non rivolgerle più la parola; e nemmeno uno sguardo.
Due anni dopo, fu un estraneo a fare le valigie ed andare via senza lasciare alcuna spiegazione, e lei, invece di rattristarsene, riprese improvvisamente a gustare il senso di ogni cosa. Fu sopraffatta dalla sapidità di polvere, escrementi, cibo, epidermide e tabacco che si nascondevano nei recessi delle sue unghie. Quando sfregava le dita sull'apice dei denti, sembrava non ci fosse alcunché da sentire; ma appena la lingua andava a ripulire lo strato polveroso che si era attaccato tra gli incisivi e il molare, riusciva a distinguere perfettamente ogni profumo che le era passato per le mani nel corso del giorno. Soprattutto risentiva il sapore inebriante di sé stessa e precipitava nei ricordi di un'infanzia in cui si rivedeva sorridente, confusa e felice.
Ma nemmeno quella nuova serenità era destinata a durare. Presto si rese conto che non le bastava più sfregare quegli artigli sugli incisivi inferiori: se avesse voluto continuare con le sue visioni, avrebbe dovuto poggiare le unghie sui denti e dare piccoli, continui morsetti fino a sminuzzarle e polverizzarle, come quando era bambina. E così facendo, si inebriò di ricordi e visioni per diciassette giorni e diciassette notti.
La prima volta che la vidi, era riversa sul pavimento priva di sensi, con la mano insanguinata distesa lungo il corpo. E nel vederla me ne innamorai di botto, come attraversato da fulmine o saetta.
Le curai con amore la pelle e le falangi ormai del tutto prive di unghie. Me la cullai tra le braccia fino al risveglio. Le carezzai il viso e le leccai le dita ad una ad una.
Ora, mentre scrivo, lei ride con la mia sinistra in bocca e mi chiede di lasciare penna e fogli per poter riassaporare il gusto dell'indice della mia mano destra. Le chiedo di non strapparmi le pellicine tra i denti e butto via la penna
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