
Siate magia, e raccontate…
Dolce ritorno
di
Ella sapeva che era il momento di partire; lo sapeva da quando, sul portone brunito della vecchia scuola, aveva salutato Marco e Mattia, quest'ultimo in disparte nell'osservare gli altri due sciolti in un abbraccio. Da allora sapeva di avere un motivo per tornare.
La ragione del viaggio era che non si poteva più rimandare: sembra una sciocchezza ma è così, e si doveva all'inclinazione a procrastinare fino all'ultimo quel che era già stato deciso, passando il tempo dell'attesa a fare altro e a cercare in modo vago e svagato la maniera di non ottemperare; convinta che, non dando peso, quel che doveva arrivare si sarebbe dissolto o trasformato in qualcosa di diverso a cui prendere nuove misure.
Fino a quel momento era riuscita ad essere così distratta da non aver capito ancora se si trattasse di una ricerca o di una fuga. Il centro del viaggio però era certo e senza sfumature: era il Nero, il Buio, lo Scuro, era quello che alcuni chiamavano Verme e che Ella percepiva come un mantello avvolgente o una nube. Il Nero era enorme ed era in arrivo, e l'immagine sul sito, anche a ingrandirla cliccandoci col mouse, non poteva restituirne le dimensioni reali. Il Nero, una volta dentro, non aveva confini, anche se magari in un primo tempo era parso non più grande di una stanza.
Il cammino era un sentiero fiancheggiato dai gelsi: la Murunera.
Il sentiero partiva dalla sua vecchia casa; doveva solo attraversare la strada statale, però arrivarci non era immediato, perché quasi sempre si perdeva in un dedalo di viuzze e cortili piccoli e bianchi, o a mattoni rossi, aie terrazzate di pochi metri quadri, coi panni stesi e i gatti pigri, e qualche volta donne che la guardavano curiose od ostili. Si proseguiva per un viottolo lungo i campi di erba esausta, di stoppie ormai grigiastre, fiancheggiato da un torrente sul quale aveva navigato, insieme a Orso, oltrepassando altre costruzioni basse e cintate da reti, verdi quando non arrugginite, fino alle colture di actinidia che, alcuni anni prima, avevano sfigurato il paesaggio scacciando piante autoctone. Qui dovevano sedersi a un tavolaccio, aspettare che arrivasse il vescovo mellifluo, insidioso; non ascoltarlo, e intanto osservare, rapiti, dei figuri snelli di seta vecchia e ingiallita vagare per i campi bruciati, privi di coscienza e di volontà. Il vescovo parlava e parlava, con la bocca infetta, da sotto il pergolato di actinidia: lubrico, sordido; mentre Orso incideva il tavolo con un coltello ed Ella ricordava che qualcos'altro l'aspettava.
La Murunera era fresca come un ruscello.
Ai suoi lati cresceva l'erba medica; in fondo, da secoli, stava e non stava, baluginante, una cascina oltre la quale si saliva per un altro sentiero tortuoso, pieno di deviazioni, alla fine del quale si era davanti al Monte Verde. Qui, sulle proprie gambe o in funicolare, si raggiungevano i Palchi Verdi da cui si poteva guardare, di notte, la città con le sue luci di presepe metropolitano. Ed è vero che alcuni, una volta raggiunti i Palchi, preferivano non tornare; Ella però, pur affascinata da quei marsupii tappezzati d'erba sul fianco della montagna, aveva preso un altro cammino, una stradina in costa di vecchio asfalto grigio e assolato che percorreva parecchie decine di chilometri e passava nell'ultimo tratto per i colli e i paesini di poche case sparse.
Prima di intraprendere il viaggio aveva fatto visita ai parenti; poche parole: dare confidenza agli estranei era tradizione di famiglia. Aveva osservato, sulle cassettiere antiche, le foto sfocate in bianco e nero. Piccole madri spaurite con una smorfia di orrore, di profilo contro un muro, con le mani rattrappite sul cuore, i capelli dritti raccolti in mollettine di farfalle e fiori grigi; le zie, allora bimbe, Pia e Manila, ridenti su un rimorchio pieno di grano, con accanto i giovani sposi: questa era la foto che preferiva, perché a ben guardare conteneva petali di pesco che si agitavano e sbattevano come piccole ali rosa o manine salutanti.
In fondo alla Murunera si era stesa a riposare, con le braccia raccolte sotto il capo; accanto a lei, un'anima femminea in forma di faina la guardava di sottecchi. Era arrivato un autobus di persone che appena scese s'erano buttate sui campi d'erba medica, come volessero ararli, o cercarvi qualcosa di prezioso: così camminavano, lenti e chini, in tante direzioni diverse, nella porzione di campo dove l'erba era già stata tagliata; ogni tanto uno sorrideva e commentava al vicino. Ella smise di osservarli quando tra essi le sembrò di vedere Marco e Mattia. Com'è dolce l'odore di erba morta, pensò e forse disse, ma l'anima faina continuò a guardarla come se nulla fosse.
Portava con sé mappe, almanacchi, calendari, raccolte di fogli bianchi, anche spartiti come se avesse saputo suonare; una sciarpa lunga e bianca, e lungo e bianco era il corpo, il suo corpo chiarissimo che stava per entrare nel Nero, che stava per rimanere nel Nero - rimanere nel Nero - ma con qualche bianco punto di riferimento che però una volta dentro non contava più, il Nero all'interno era tutto un frusciare silenzioso e un'avanzata prepotente, come a spallate, e morbida, come di chi non può che essere in quel modo.
Se volete partecipare con i vostri racconti (della lunghezza di non più di 6000 battute circa) spediteli a cortosipuofare@gmail.com