corto si può fare | BARBARA GARLASCHELLI

martedì, 21 ottobre 2008, ore 09:18

Ricordate il gioco/concorso "Corto si può fare"?, Beh, ce l'abbiamo fatta! Alcuni dei racconti pubblicati sul blog (che già avevano subìto una selezione) sono stati pubblicati su carta. Quindi è con somma gioia et soddisfazione che le solite due (Barbara Garlaschelli & Daniela Losini) avvisano i gentili frequentatori di questo blog che:

è uscito il numero 79 della Rivista TRATTI, Autunno 2008, edita dalla sempre ammirabile casa editrice MOBYDICK (diretta dall'ammirabile Guido Leotta).





 

 

 
 
"In principio eran le parole. Son sempre le parole. Aldilà del puro esercizio stilistico, della condivisione, del necessario confronto con il lettore, scrivere è un atto di coraggio e allo stesso tempo una necessità impellente. Chi scrive, sceglie, legge e ama le parole conosce il piacere e l’accanimento nell’accostarle e la soddisfazione di riuscire a dar loro un significato nuovo. Anche a quelle più abusate. La parola scritta è sempre stata (e lo sarà, probabilmente) associata alla carta. Ma un giorno arrivò internet e il fiume di parole andò a ingrossarsi e ad aggregarsi spontaneamente senza bisogno di regole restrittive se non quella del buon senso. Nel mare magnum, arrivò Barbara convinta da un’amica incosciente a provare l’esperienza del blog (quanta disinformazione vi è in merito e quanto potreste stupirvi delle potenzialità e delle capacità del mezzo) e si trovò a guadare e guidare una corrente fresca e vitale di creatività. “Corto si può fare” nasce dal semplice desiderio di raccontare storie che fossero immediate. Con qualche paletto, altrimenti che gusto c’è, sbrigliando la fantasia o affidandosi alla propria esperienza personale. E la sopresa della lettura, la scelta e il risultato lo potete leggere qui. "
 
 
Barbara Garlaschelli
Daniela Losini
 
(dalla Prefazione)
 
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martedì, 16 settembre 2008, ore 09:10
postato da bagar in parole, storie, cercasi, corto si può fare • P.link

 

 

Belle storie.

Se avete voglia di leggerle in questo blog, inviatele all'indirizzo cortosipuofare@gmail.com

Come sempre l'unico criterio di selezione è che devono piacere alla sottoscritta.

NON farò analisi dei testi, semplicemente pubblicherò quelli che mi piacciono (avvisando con una mail personale)

Non ci sono scadenze, né per voi né per me.

Non devono essere più lunghe di  due cartelle (6000 battute circa)

Non si vince niente, se non il piacere di essere letti e di leggere.

Mi pare tutto. Se vi va, spedite.

ps: per precisare: NON si tratta di una riproposta di "Corto si può fare", ma dell'uso dell'indirizzo che già esiste.

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domenica, 13 luglio 2008, ore 21:17
postato da danielaelle in racconti, notizie, scrittura, ultimi nati, corto si può fare • P.link

7376929d5666b259940b6c476cea337d.jpgPensavate che ci fossimo dimenticate, eh? Si è invece lavorato ai fianchi del bravo e illuminato Editore Guido Leotta di Moby Dick che ha scelto 31 racconti dalla nostra iniziativa  “Corto si può fare” e, udite udite, saranno pubblicati per la rivista Editoriale TRATTI , nel numero TRATTI D’AUTUNNO.

Io e Daniela abbiamo già avvertito tutti gli autori via mail, che sono, coi rispettivi racconti:


MA NON ERA SOLO QUELLO - di Barbara Gozzi

L'UFFICIO PICCOLISSIMO -  di Marica Paladino

CUGINI STAGNINI - di Matteo Ongari

IO E' UN ALTRO – di Lino Di Gianni

URBAN SIGNS – di Renata Maccheroni

CONFESSIONI DI UN IPOCONDRIACO – di Antonio Varriale

TUTTO COMINCIO' CHE – di Elena Vesnaver

IN PARADISO – di Annalisa Ferrari

LA COMPAGNIA DELL'AGENTE – di Stefano Bernazzani

FOTO ELEMENTARE – di Petarda

RACCONTI IMMORALI – di E.l.e.n.a.

NON FARE IL CONIGLIO – di Ladypazz

IO ARISTIDE BENASI – di Francesco Laviano

COSA MANCA – di Daniele Muriano

SILENZI – di Viola Carrodano

ORRORE – di Luca Menotti

PAN PER FOCACCIA – di Vincenzo Comito

NEL  BUIO – di Lorenzo Pieff

FUGHE – di Zena Roncada

LA VITA DEI MORTI – di Raffaele Serafini

VUOTO A RENDERE – di Tracina

PROFILO – di Giorgio Sannino

ACROSTICO – di Marica Petrolati

E IL GATTO VUOL SOLO GIOCARE – di Misha

DORMI, AMORE – di Patrizia Spinetta

DIPLODOCO – di Bartelio

(SENZA TITOLO) - di Bastax

PELLE – di Massimo de Nardo

RIFRAZIONE – di Notimetolose

RACCONTO DI NATALE – di Antonella Anzalone

RITROVARSI – di Annamaria Trevale

 

Per quanto riguarda la prenotazione della rivista, chiunque sia interessato, può prendere contatto a questo indirizzo mail e prenotarla (gli autori, invece, nella mail troveranno tutte le specifiche istruzioni da seguire che li riguardano).

Ora che l’annuncio è ufficiale, potete - e possiamo - esserne soddisfatti!

Vostre 

Barbara & Daniela
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domenica, 24 febbraio 2008, ore 10:17
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E così, siamo arrivati alla fine del gioco. Corto si può fare termina qui. Abbiamo pubblicato tutti i racconti selezionati.

I criteri di scelta, come sapete, sono stati tre: lunghezza, uso della prima persona e gusto personale delle selezionatrici.

Vogliamo ringraziarvi, tutti, di cuore. Coloro che sono stati pubblicati e coloro che non lo sono stati. Chi ci ha seguito con i suoi commenti e chi ci ha seguito in silenzio. Chi ha incoraggiato e chi stroncato. Chi ha saputo giocare e divertirsi con noi. Chi ha cercato di coinvolgere più gente possibile, facendoci da eco.

E' stato più impegnativo del previsto, e più coinvolgente. Di questo, io e Daniela, ve ne siamo grate.

Cercheremo, come detto all'inizio di questa avventura, di trovare un piccolo editore "su carta" che li voglia pubblicare. O magari penseremo a un'altra soluzione. Vi terremo aggiornati.

Di sicuro, ci piacerebbe ripetere l'esperienza, in forma diversa. Già si delineano idee...

Nel frattempo, il mio desiderio (e scrivo in prima persona come "padrona di casa") è che questo blog sia una sorta di piazza, di luogo aperto: alle parole, ai pensieri, alle storie, alle immagini. Non solo le mie, ma di tutti quelli che vogliono partecipare.

Utilizzate pure la casella postale de Corto si può fare per mandare il vostro materiale (però, vi prego, non cose lunghissime perché se no non ce la faccio).

A presto.

Un abbraccio a tutti voi, da Barbara e Daniela.

Ho passato la maggior parte della mia vita a scrivere. E' un'attività solitaria. Si sta seduti nella propria stanza e si scrive. E dalla solitudine si entra in contatto con tutti.
Saul Bellow



 

 

RITROVARSI

di

Annamaria Trevale


 
Io e te in piedi, in silenzio, impacciati, in questa stanza d’albergo lussuosa ed estranea.
Chissà chi dei due si starà chiedendo se non è stato un errore inventarci quest’incontro. Forse entrambi, forse nessuno…se siamo qui.
E’ stato il peso del nostro passato a condurci fin qua, ma ora vorremmo scrollarcelo dalle spalle e sentirci leggeri come quella tenda che ondeggia appena, mossa da un filo di brezza davanti alla finestra socchiusa.
Quanto è ingombrante quel passato, vero?
Tu ora bevi un bicchier d’acqua, muovi nervosamente gli oggetti sul tavolo, forse vorresti perfino accendere il televisore per darti un contegno, ma comprendi da solo che il gesto sarebbe del tutto fuori luogo, e torni a posare il telecomando al suo posto senza nemmeno sfiorarne i tasti.
Aspetti un segnale, lo so. Qualcosa che ti convinca che ciò che ti sta accadendo è reale.
Vorrei farti comprendere che non possiamo più cambiare il tempo passato, ma siamo almeno in grado di fermare il presente, qui e adesso.
Vivere una somma di istanti soltanto nostri, dimenticando tutto il resto.
Le mie mani ti accarezzano timorose i capelli, le spalle, scendono adagio lungo le braccia e i fianchi fino a percepire come il tuo corpo perda a quel contatto tutta la sua rigidità e si rilassi lentamente.
E finalmente accenni un sorriso: riesci a comprendere che accadrà solo ciò che vorremo, senza un futuro da temere.
E forse non sarà nemmeno necessario dirsi “ti amo”.



 
 
 
 
AVERE UN PIANO

di

Petunia C.
 
 
Ogni volta ci provo. In qualunque buco dimenticato dagli aborigeni mi ficchino. Questa volta ci sono riuscito perché il secondino è un gran pervertito ed è quasi bastato che gli facessi un paio di seghe. Ti faccio ancora una sega ma tu domani alle otto di sera, nella mia cella non guardi. Così credi che quello sotto alle coperte, sono io. Così credi quel che vuoi e mi lasci fare.
Certo, che cazzo, il carcere non è Alcatraz ma si tratta pur sempre della galera di una grande città e comunque io, non sono certo frocio perché ho fatto una sega a uno, per quasi due volte. Ma volevo dire che mica è matematico che quando ci si mette in testa qualcosa, quella riesce. Ma io ci provo. Sempre.
Ho imparato che è meglio fare le cose da solo. L’ultima volta che mi hanno pizzicato è stato per colpa di Harvey. Dico, avere un complice facilita le cose: devi sbatterti di meno. Ma fare le cose da solo è meglio perché per il grosso culo di Harvey che non è passato dalla rete metallica bucata, mi è toccato starmene buono per otto mesi. Avevo addosso l’attenzione di troppa gente. Me ne sono stato in disparte tranquillo, a collaborare. Devi essere anche un po’ camaleonte. Ho ripianificato la fuga e ho provato a valutare anche le variabili – qui c’è molto tempo, si legge e si imparano parole nuove - e ci sono riuscito. Mi sono portato anche qualche oggetto che potrà essere utile: i primi giorni la caccia è spietata. Ho portato un pennarello, un paio di sigarette, una cordicella. Cercherò di far perdere le mie tracce. Non è che se ho bisogno di soldi, come l’altra volta, mi metto a rapinare subito un negozio. La lezione l’ho imparata! I soldi della sopravvivenza qualcuno me li darà se li chiedo nel modo giusto. Certe volte la gente è generosa.
Mi sono trovato un travestimento. E’ incredibile come un dettaglio possa cambiare la faccia di uno. Ho trovato dei vestiti in giro – la gente butta via di tutto – e io sono un nuovo io. E sto camminando in mezzo agli altri. Libero. Che cazzo!



Da Internazionale n. 652
“Pochi giorni dopo essere evaso dal carcere di Sydney, in Australia, il rapinatore Robert Cole si è fatto beccare di nuovo mentre passeggiava per il centro della città. Colpa del travestimento: Robert si era disegnato baffi e barba con un pennarello, finendo inevitabilmente per attirare l’attenzione.”

 

 
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sabato, 23 febbraio 2008, ore 11:19
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L’ULTIMO BACIO

di

Gabriele Lattanzio


 
«Prometto che poi mi faccio perdonare» mi sussurra all’orecchio.
D’accordo, ma io volevo vedere la partita, non andare a una pallosissima cena.
Una Cinquecento si accosta al marciapiede.
«Ci vediamo stasera, allora» dice.
«Vai, che è tardi» rispondo, liberandomi dal suo abbraccio.
Lei si avvicina e mi bacia.
Poi si allontana e sale in auto.
La saluto con un cenno della mano, mentre chiude la portiera.
«Sempre la solita guastafeste» dico sconsolato.
 
Buio.
 
«Prometto…»
«…che ti farai perdonare» dico.
Lei mi guarda un po’ sorpresa, poi annuisce, sorridendo.
La Cinquecento della sua amica si accosta al marciapiede.
«Ci vediamo…»
«…stasera, allora» la interrompo.
Lei mi fissa, incerta.
Si avvicina e mi bacia.
Poi fa per allontanarsi, ma la trattengo.
La bacio ancora, e ancora e ancora.
So che non posso cambiare nulla, qualunque cosa faccia.
Ci ho già provato altre volte, inutilmente.
E allora voglio vivere l’ultimo bacio.
La stringo forte.
Lei non capisce e continua a fissarmi con aria strana.
Poi si allontana e sale in auto.
La saluto con un cenno della mano, mentre chiude la portiera.
«Sempre la solita guastafeste» sussurro, trattenendo le lacrime, osservando la Cinquecento che corre incontro al suo destino.
 
Dedicato a F.
 
 


DESTINI

di

U.N. Known


Il ragazzo guarda la tela. Ha le mani imbrattate di colori. Una piazza illuminata dal sole. Delle figurine che s’incrociano sotto palazzi monumentali. Il ragazzo sente la palpebra destra tremare. Non riesce a distogliere lo sguardo dalla tela. Il cuore gli batte forte. Stringe i pugni. Chiude gli occhi. Inspira. Li riapre. La tela è ancora lì, immutata. Imperfetta. Il ragazzo trattiene a stento la voglia di urlare e strapparla in mille pezzi. Imperfetta. Imperfetta.
Quando la mano gli tocca la spalla, ha un sobbalzo. Si sottrae al tocco e si volta appena.
L’uomo dietro di lui ha la barba mal rasata e puzza di sudore.
Scuote la testa. –Non diventerai mai un pittore famoso, Adolf.
Aveva ragione.
Non diventò pittore.
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venerdì, 22 febbraio 2008, ore 09:40
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LA LEGGEREZZA DEL DOLORE

di

Gian Pietro Leonardi


Mia madre stenta ancora a crederlo. Mio zio –che dice di essere dio– mi aveva messo in guardia molte volte da Lui. “Quelli lì i bambini li mangiano, stai attento,” mi ripeteva con il sorriso sempre sulle labbra.
Sono morto alle 11.43 di domenica mattina, subito dopo la messa. Dopo aver servito da chierichetto, come ogni domenica. Gianna, la direttrice del coro e catechista, aveva sistemato i libretti delle preghiere e aveva confabulato con Lui e poi ci aveva salutati. Mio zio mi diceva che Gianna era la fidanzata segreta del prete, ma poi tanto segreta non lo era. Lo sapevano tutti nel quartiere, ma facevano finta di niente. Lei era così grassa e puzzava di sudore che nessuno ci credeva veramente. E poi si sapeva anche altro, ma soprattutto di questo non si poteva parlare. Solo mio zio lo faceva.
Ora che neanche io posso più parlare, mi piacerebbe raccontare la mia storia. Ma nessuno mi sta a sentire ora. Nessuno riesce a sentire la mia voce. Eppure io sto gridando. Mamma, sono qui. Mamma, zio, non mi sentite? Non vedete le lacrime? Non riesco più a muovermi. Questa deve essere la morte.
Sono caduto dal muretto del campo da pallone, ufficialmente. Cosa ci facevo lì, da solo, nessuno sa spiegarlo. Mio padre è ancora in viaggio. Poveretto, non so se capirà. Non capisce ancora bene l’italiano. Gli altri vegliano sul mio corpo inerme e piangono. Lui è di là, invece, si dispera ed è intimorito dalla presenza robusta di mio zio.
Mio zio avrebbe voluto fare lo scrittore, ma ha dovuto accontentarsi di fare il barista. È così bello e forte, mio zio, che quando lo guardo mi fa sentire protetto. Anche ora. So che un giorno saprà come vendicarmi. So che lui ha capito. So che lui in fondo riesce a sentirmi anche ora.

 






RIFRAZIONE

di

Notimetolose




 
Quando quell'uomo ci venne vicino chiedendoci con fare sospetto se " volevamo vivere una esperienza interessante" con l'incoscienza che ti danno i sedici anni fummo subito pronte a seguirlo. Salimmo su un'auto civetta della polizia ridendocela di gusto. La radio gracchiava spostamenti di pattuglie e i due uomini si raccontavano della notte precedente e quanti ceffoni gli avevano dato prima che iniziasse a parlare. A quelle parole ammutolimmo e ci guardammo seriamente negli occhi.
Vedendo il portone del carcere aprirsi ci autodefinimmo due deficienti e ci vennero in mente tutte le situazioni che avevamo vissuto e che potevano aver a che fare con la legge. Il tempo di pensare fu comunque pochissimo perché ci rinchiusero a doppia mandata in una stanza due metri per tre senza finestre, illuminata da una lampadina protetta da una griglia di ferro. Ci auto-confessammo sciocchi peccati adolescenziali. Sapevamo benissimo che non era per quelle azioni che ci trovavamo li', eppure il senso di colpa e la paura ci imponevano un mea culpa che non sarebbe interessato a nessuno.
Sentimmo la chiave girare nella serratura e pur nel terrore dell'ignoto, la nostra spavalderia ci portò a fare domande alla guardia carceraria che non ebbero risposte se non l'ordine di sederci su due sedie in un'altra stanza dalle stesse dimensioni della prima ma con una finestra sigillata. E ricominciò l'attesa.  Iniziammo a pensare a Kafka ma il contingente non ci permise di spaziare troppo nella letteratura perché arrivò un'altra guardia che ci fece accomodare in un ufficio. Finalmente una finestra aperta. Stavamo ancora guardando i piccioni che cagavano sulle auto quando un secondino ci disse: Seguitemi.
Il magistrato, una donna che modificava il ph della stanza, ci ordinò di attaccare le nostre spalle alla parete e di non ridere. Non solo ridemmo ma non riuscivamo neanche a fermarci.
Poi entrò una ragazza con gli occhi pesti di una notte insonne e si mise tra noi due a cui invece gli occhi continuavano a ridere. Cinque donne si alternarono per un riconoscimento che lasciò libere noi e incastrò la ragazza dagli occhi neri. Molti anni dopo, all'esame di procedura penale,  tra i "mezzi di prova immediata" mi chiesero la "ricognizione personale e reale". Presi trenta. Serve tutto nella vita, anche il dolore degli altri.
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giovedì, 21 febbraio 2008, ore 09:52
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IL SU' NONNO

di

Fran

 

Io sono cresciuta in un posto dove ci sono le terme. Sinonimo letterario, da Fellini a Pirandello, di gente che cerca delle evasioni sentimentali oltre a passar le acque o sottoporsi ai fanghi.
Solo che spesso venivano anche le mie amiche, e si stava lì, a ciondolare al parco ad ascoltare le orchestrine figlie di Casadei che scodellano liscio e mazurche a nastro dalle nove di mattina fino alle diciannove.
Non è che ci fosse tanto da fare. Le alternative tra bere acqua e gustare frappè e gelati erano giocare a bocce, a minigolf e poi sparlare delle persone che si fiondavano in pista. Tutto poteva essere argomento di critica: postura, presunti parrucchini, trucco delle signore, abiti al limite del circense, modus ballandi.
Spesso però c'erano gruppi di persone venute così, tra loro. Come del resto noialtre si stava lì a sghignazzare tra giovincelle. Ma ricordo un pomeriggio dove un capannello di anziani stava lì a tossire, a bere acqua e a planare puntando in giro eventuali prede.
Vidi del movimento con la coda dell'occhio mentre il mio frappé al cioccolato, costato seimila lire perché portato al tavolo, calava a vista d'occhio.
Uno di quelli si avvicina e mi chiede di ballare. Un signore col quadruplo e rotti dei miei anni, metà della mia altezza, malmesso, emaciato, colorito verdastro. Una specie di lungodegente che fino al giorno prima limonava con la maschera d'ossigeno e si appoggiava al portaflebo come se fosse il suo bastone.
Avevo sedici anni appena.
Io declino gentilmente, anche un po' imbarazzata, dicendo che non so ballare e lui replica:
“Non si preoccupi: il mi' nonno, ch'era un grand'omo, mi disse sempre di provarci...”
Altre generazioni, altri modi, stessi obiettivi, mi sa.






PELLE

di

Massimo De Nardo


 
Una settimana fa ero in treno. Davanti a me sedeva una ragazza. Buon giorno, professore. Alla prima fermata sono sceso. Ho detto al tassista di portarmi da un barbiere. Dopo una mezz’ora ero uno con i baffi. Sentivo l’aria più fresca. Mi lisciavo le guance. Erano anni che non mi radevo a pelle. Una passeggiata verso il centro, che non conoscevo, m’avrebbe fatto bene. Un tipo mi saluta e dice: avvocato, per quella pratica tutto a posto. M’è uscito un grazie sillabato. Non sono né professore né avvocato. Ho cercato un secondo barbiere. Via i baffi. L’aria fresca arrivava dritta nelle narici. Poi ho ripreso un treno per tornare a casa. Mi osservavo nel riflesso del finestrino: dovevo riconoscermi meglio, adesso che mi ero un poco ringiovanito. Alla stazione incrocio una signora, una cinquantenne minuta; con stupore e gioia esclama: Alfredo, quanto tempo! Mi dispiaceva sciuparle un bel ricordo, e per una decina di minuti sono stato il suo Alfredo del liceo, che non era troppo cambiato. Le ho raccontato un po’ della mia vita, quella vera, tanto per lei era lo stesso. Baci e abbracci. Terzo barbiere. Tolga tutto. Anticipiamo l’estate, dottore? Ma dov’era andato il mio “me stesso”? Ci tenevo, senza narcisismo. Con la testa rasata assomigliavo a... Ecco, ero di nuovo un altro. A casa, subito in bagno. Trincetto sul mio volto, zac, rivolo di sangue; poi a tirare la pelle: triangolini. La carne bruciava. Via tutte le identità. Ora sono in ospedale. Il vicino ha detto che sembro una mummia. Lui non se n’è accorto, ma gli ho sparato con le dita.
 
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mercoledì, 20 febbraio 2008, ore 09:31
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SECONDA VITA

di

Giuseppe D'Emilio
 

 
 
Quando?
Questo è il problema.
Tra siti, blog, email, già passo ore al PC… e poi c’è il dettaglio del lavoro vero, quello che mi permette di pagare l’ADSL…
Non fa per me Second Life; già il nome “seconda vita”… roba da sfigati.
 
Domenica, ore 6.15
 
Da giovane, nei dì di festa mi alzavo a mezzodì. Ormai sono settato per le 6. Mi godo lo strano silenzio della domenica mattina, quando uno pensa che dietro la Duna del rag. Rossi si nasconde un cerbiatto in amore.
Un’occhiata ai quotidiani online… che palle: da dopo le torri gemelle mi pare che non succeda più niente.
Con un ghigno di snobistica sufficienza, installo Second Life e mi scelgo un nick, come dicono gli uomini di mondo. È il mio vero nome: il gioco delle identità fittizie non fa per me…
Mi “parla” una figa mozzafiato (mi piace il concetto di “mozzafiato”, mi ricorda Beatrice che va dicendo all’anima: “sospira”). Sarà un software che accoglie i novellini? Faccio domande manco fossi un cacciatore di androidi. Due tette svettanti e un mandolino rispondono a tono: è un umano. Ma non sarà mica il rag. Rossi?
Già odio le chat con sconosciuti, dove sai bene che “maialinadiciottenne” in realtà è una laida vecchiaccia, ma in Second Life la presenza di un corpo ti spiazza…Non fa per me… fuori da questo secondo mondo, già fa schifo il primo!
Addio, SL!
 
Un mese dopo, domenica, ore 6.15
 
Da giovane, nei dì di festa mi alzavo a mezzodì. Ormai sono settato per le 6. Mi godo lo strano silenzio della domenica mattina, quando uno pensa che dietro la Duna del rag. Rossi si nasconde un cerbiatto in amore.
Un’occhiata ai quotidiani online… che palle: da dopo le torri gemelle mi pare che non succeda più niente.
Ed è con un sospiro di snobistica sufficienza che rientro in Second Life.
In Paradiso.
Da Beatrice.
Per sempre.

 






di

Bastax



Dondolo, o forse pendolo.
A sinistra e destra, ancora avanti all'alba, appeso a una corda colorata e molto rosa che sbadiglia divertita.
Si dà il caso che io sia morto. O meglio, in un videogioco sarei certo morto. Per la seconda volta già, caduto nel crepaccio.
La corda sale tutta a destra. Fallita la presa, tutte le prese, sono poi andato in quella direzione anch'io, breve passo nel vuoto. Ho già perso due vite, guadagnato il vuoto intorno e una parete rugosa davanti su cui oscillando descrivo un sorriso.
Sgambetto su 300m di aria gelida prima di una pietraia nevosa; nonostante ciò la corda parla, e dice “Dai Scaramellozzo, vieni su!!!” Non si giura ma io giuro, dice così. “Allora, Scaramellozzo?!”
Se non la pianta col suo scaramellozzo...
Al terzo sussulto riesco, piegato in due a sbuffare subito dopo il tetto spiovente, mani ghiacciate.
Sarebbe così profondamente inesatto sostenere di sentir dolore ai muscoli delle braccia. Non fanno male, esattamente io non li ho più, non esistono. Io guardo e lì stanno, però muovo e... sempre lì stanno. Da sopra rotola uno “SCARAMELLOZZOOOO!!” di sfida. Scelgo di perdere dunque un'ulteriore vita, dondolando fa un freddo a chiodi sul volto e c'è un cielo molto più blu di quanto possiate immaginare. Immaginatelo. Ecco, di più.
Poi cammino, un piede diligente in fila all'altro su di una cresta bianca di neve pestata e stretta stretta. Uno. E poi l'altro. C'è una croce di rigoglioso ferro battuto, verso cui mi avvento in volo d'uccello. A tradimento e bruciapelo, mi viene sparato un “Bravo Scaramellozzo” da dietro, con un agile moschettone vengo agganciato ad una voluta della croce nera di fulmini. Non c'è un colore caldo a pagarlo oro, solo luce e blu.
Infine, non ho più sensazioni, ma mi impunto sui talloni.
Destra e sinistra, pendolo; forse dondolo.
 
E sopra può non esserci nulla.
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martedì, 19 febbraio 2008, ore 10:07
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LIBERA


di

Chiara Passerella

Per natura ho un carattere volitivo e ribelle. Non amo riconoscere l’ordine costituito e mal sopporto le gerarchie, soprattutto quelle imposte con il sopruso e conquistate senza merito: con rigore morale e apparente buona disposizione riesco però a rispettare le regole. Quello di sembrare sottomessa è un’ esercizio di volontà: tengo il pensiero vigile e la mente in allenamento, così facendo mi sento libera. Ho anche uno spiccato senso dell’ironia, con facilità riesco a cogliere i tratti caratteristici  e i difetti delle persone e quando qualcuno mi offende o mi tiranneggia trovo un nomignolo corrispondente alle sue peculiarità e ne rido sommessamente: il sadico di turno si trasforma in vittima.

Rifletto su ciò che penso di me e sorrido: tratteggio i connotati di una figura antica, ottocentesca, al confine tra vecchio e nuovo, modernità e antico, innovazione e tradizione, bizzarra oserei dire! Sento di non essere monolitica, ma duale e questo dualismo mi rende inquieta. Il confine tra normale e non normale è veramente sottile, caleidoscopico.
Gli anni della gioventù sono stati fortemente caratterizzati dalla voglia di ribellione e mi sono ribellata. Ho scelto tutto ciò che potesse suscitare disapprovazione nella mia famiglia creando al contempo grosse difficoltà a me stessa. Con gli anni sono giunta alla conclusione di aver messo in atto disperati tentativi per affermare la mia esistenza, reclamare affetto e diritto, come linfa vitale, di sentirmi dire: “ci sei, sei unica e ti vogliamo bene”. Per atavico e congenito senso di colpa ho cercato sempre di farmi perdonare,  espiando con scelte difficili e contorte l’ardire di voler vivere a tutti i costi. Ho combattuto in trincea, in barricata, sempre in prima fila e sono passati così i primi quaranta anni della mia vita.
Poi ho gettato la spugna. Con calcolata premeditazione ho fatto in modo che mi mettessero da parte, ho pianificato tutto illudendo gli altri di poter decidere della mia vita: in realtà ho deciso solo io.
Adesso, nel 1978, non tengo più il conto dei mie anni. Sento parlare di un certo Basaglia che a breve farà chiudere il posto dove abito. Potrò finalmente tornare a casa: ma quale? E dove?
Sorrido. Osservo il taccuino e le pagine bianche sulle quali è scritta la mia vita. Solo io posso leggerla: la memoria è un altro dei miei esercizi di volontà.
PS: in questo posto sono vietate penne e matite.

 


DIPLODOCO

di

Bartelio


L'altra mattina uscendo di casa ho incontrato un dinosauro. Era un diplodocus hallorum, esemplare raro, dice Wikipedia. Stava fermo proprio dietro la mia auto.
-Potrebbe spostarsi?- ho chiesto.
-Sa - ho accennato facendo segno con la mano.
Il diplodocus s'è voltato leggermente dalla mia parte, poi ha ripreso a rosicchiare le foglie dell'acero sotto il quale stava parcheggiata la macchina.
Mi sono messo a tamburellare le dita sulla manica del giubbetto.
-Senta, mi scusi, non vorrei sembrarle insistente, ma ho il treno tra dieci minuti e sa un appuntamento di lavoro piuttosto importante.
La bestia - mi scuso se la definisco tale - si è voltata di nuovo.
-Guardi, mi sposterei volentieri ma proprio non posso, ho una leggera, ma fastidiosa afflizione proto dentaria, vede qui? - ha detto aprendo la bocca (enorme, a dire il vero).
Mi sono grattato la testa e in punta di piedi ho osservato la dentatura.
-Mah, vede, non che ci capisca granché, però credo che la situazione non peggiorerebbe se si spostasse appena un po' più in là, non trova?
-Eh, la fa facile, lei. Vede, quest'acero è stato consigliato dall'associazione medici dentisti.
-Per la cura dell'afflizione proto dentaria? – ho chiesto abbastanza retoricamente.
-Eggià - ha risposto.
-Vabbé, e crede che ne avrà ancora per molto - ho fatto.
-Mah, il tempo necessario, masticare con giudizio almeno trentasei volte, dicono le avvertenze. - Detto questo, mi ha mostrato un fossile che non sono riuscito a interpretare.
Oh beh, mi sono detto, tanto vale ritornare di sopra.
Mi sono seduto al tavolo della cucina e ho divorato un intero pacchetto di macine, circa 300 grammi. Di seguito ho consultato televideo e poi schiacciato un pisolino.
Quando mi sono svegliato, il dinosauro era ancora là.

 
 
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lunedì, 18 febbraio 2008, ore 09:33
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CASINO'

di

Silvana Ponsero

 
"Posso fidarmi di te? Posso fidarmi di te? Posso fidarmi di te?" Ripeti quella domanda, la tua solita domanda, per tre volte di seguito, come De Niro in "Casinò". Ma tu non sei affatto De Niro, con il suo look trasandato-chic. E io non sono certo Sharon Stone, proprio no; sono agli antipodi della bionda fascinosa.
E tu mi chiedi se puoi fidarti di me. Che ne so, decidilo tu se puoi fidarti di me. Come se non mi conoscessi già abbastanza.
Che vuoi che ti dica, che ti sarò fedele? Che ti amerò per sempre? Ti amo, questo lo sai. Ma tra un istante potrei uscire di casa e salire sull'autobus e incrociare lo sguardo bruno di un ragazzo qualunque, e non sarebbe più per sempre. Oppure domani potrei essere investita da un pirata della strada o morire per un aneurisma, e allora sì, sarebbe per sempre. Ma a che servirebbe?
Mi vorresti affidabile, prevedibile? Io sono quella strana, visionaria e sognatrice, sono quella che ti sommerge di regalini strampalati e assurdi, sms criptici. Non ho idea di quello che vorrò tra dieci minuti, come faccio ad essere affidabile?
Mi piace raccontare storie, inventare cose. Si potrebbe dire che mento, che non dico la verità. Ma che cos'è poi la verità? La verità non è cronaca: è sensazione, interpretazione, emozione. Sono stata sincera con te, ti ho detto come sono, tu sai che sono così. E ti piace vagabondare per i miei castelli in aria, anche se a volte mi vorresti più con i piedi per terra.
Ascolto il silenzio, quell'attimo di silenzio che segue la tua solita domanda, il punto interrogativo ancora sospeso. Ti guardo, aggressivo e fragile, mentre aspetti la risposta; la mia solita risposta: "Ma certo, caro, che puoi fidarti di me."





DORMI, AMORE

di

Patrizia Spinetta

Non se n’è mai accorto. O forse sa e finge.

Non sono capace di amare costantemente.

Mi hanno insegnato che è l’unico modo possibile. Quello giusto. Ci ho provato, ma con me non funziona.

E’ nato così il nostro rito.

Ho scelto una tisana all’origano e fiori d’arancio e gli ho comprato una tazzanuova. È di ceramica bianca spruzzata di lune azzurre, sul bordo interno c’èscritto frihet ripetuto più volte: quando se la porta alla bocca ècostretto a leggere, come un messaggio subliminale incastrato tra i fotogrammidi uno spot pubblicitario.

Poi ho comprato un sonnifero. Ne ho comprato dieci flaconi e li ho rovesciati in un’ampolla di vetro. Mi piace rigirarmela tra le mani e osservare i riflessi violacei sul liquido incolore. Prima di scegliere, ne ho provati una decina: volevo un sonnifero che non censurasse i sogni, non alterasse il ritmo delsonno e non lasciasse la bocca impastata al risveglio.

All’inizio, ne avevo bisogno una volta al mese. Ora non succede più con regolarità ma ne ho la premonizione alcuni giorni prima, il tempo necessario a pianificare i dettagli della celebrazione.

Quando sono pronta, metto a bollire l’acqua a fuoco lento. Mi faccio una doccia. Mentre la tisana è in infusione mi fumo una sigaretta, ascoltando KarmaPolice. Verso il liquido nella tazza mescolato a una trentina di gocce cheprelevo con un misurino dall’ampolla, e lo chiamo in cucina. Gli offro la pozione e, mentre sorseggia, chiacchieriamo e gli sorrido. Poi ci spostiamo in camera da letto. Rimango con lui finché non si è addormentato.

Non rifiuta quasi mai; anzi, qualche volta è lui a chiedermelo.

Mi confida che, dopo averlo fatto, i risvegli insieme sono più belli.

Quando sta per svegliarsi, torno. Non mi è mai capitato di arrivare in ritardo. Al limite, forse, ma mai oltre.

Al buio mi spoglio, mi infilo sotto le coperte e aderisco al suo corpo.

Mi addormento.

Dove vado nel frattempo, non l’ho mai detto a nessuno.




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domenica, 17 febbraio 2008, ore 18:27
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CANI SCIOLTI

di

Daniela Pennacchia

 

 
 
Non avevo affatto voglia di uscire quella sera. Mi sarei lasciata sprofondare nel mio divano aspettando che il sonno divorasse rapacemente il mio animo logoro e stanco.
E invece, cedetti alle lagnanze di un uomo, quello che amavo, altrettanto esausto, col cuore impoverito dalla impietosa quotidianità che gli aveva rapito la sua donna. Dov'era andata la poesia? Dove il corpo caldo e accogliente? Dove la pelle umida speziata di sudore e piacere? Non sapeva più riconoscermi. Io stessa non mi riconoscevo, appesantita com'ero, nei fianchi e nel cuore. E lui, la colpa del mio malessere dilaniante. Lui che mi aveva nutrita e invasa.
Avevo trascorso il pomeriggio nell'indolenza mentre il mio uomo si indaffarava nella preparazione dei brani che avrebbe suonato col suo gruppo. Cercavo la forza di sollevarmi per fare una doccia e sistemare un poco i capelli. E intanto aspettavo ancora, una parola, una carezza.
Arrivammo in anticipo rispetto agli altri invitati, quel tanto che basta a farti sentire sciatta nei tuoi jeans rispetto all'eleganza ricercata delle altre donne. Eppure, provavo un inusuale senso di libertà in quel cortile in festa. L'ebrezza e la musica colludevano con la complicità della notte.
Ma era come guardare il cielo con le ali appiccicate al corpo. Fino a quando parcheggiò un' auto scura in fondo al caseggiato. Fui incuriosita dal calore con cui fu accolto quell'uomo. Mi avvicinai lentamente col bicchiere di vino tra le dita entre le mie movenze si andavano facendo inaspettatamente sinuose all'incontro dei nostri sguardi. E già la nostra pelle si reclamava beffarda.
Quando sta per arrivare una tempesta le creature più istintive diventano inquiete. Cani sciolti.
Chi era costui? Fu come annusargli il culo e riconoscere la propria specie. Bastarda ed errabonda.






E IL GATTO VUOL SOLO GIOCARE

di

Misha

E nuovamente mi nascondo.
Mi nascondo in un piccolo e soffocante giaciglio mentre lui avanza, a passi pesanti e alticci, nell’oscurità che mi avvolge.
L’oscurità mi ha sempre accolta nel suo ventre materno.
L’oscurità mi ammanta e mi possiede.
E io voglio divenire oscurità; impalpabile, invisibile, inafferrabile oscurità.
Il mio nome scivola a terra simile al fragore di mille bicchieri in frantumi.
E le sedie rotolano giù, capitolano al suolo.
E i mobili si spostano come fantasmi mentre la sua presenza si fa e si disfa come un incubo.
Il suo corpo s’avvicina.
Divengo sottile, divengo oscurità.
Smetto d’esistere.
Il suo corpo si disperde.
Grida.
Ruggisce come un vecchio leone.
Bestemmia Dio, i Santi, la madre e il padre.
E ancora chiama il mio nome.
E ancora mi cerca.
E ancora mi brama.
E io prego.
Prego e spero come tutte le volte che se ne vada; che rompa, distrugga e per una volta, una sola, si dimentichi della mia esistenza.
Sono piccola.
Esile.
Sono oscurità.
Sono impalpabile.
Non mi si può toccare.
Sono invisibile.
Non mi si può scovare.
Spero e prego che gliene passi la voglia.
Ma lui continua a vagare per le stanze.
A vagare e a seminare distruzione.
Continua mentre io mi faccio sempre più sottile e inesistente.
Un fantasma incorporeo e fuggevole.
Un fantasma che può, impunemente, attraversare barriere senza esser scorto da alcuno.
Un fantasma che scompare, un fantasma che non può essere trovato.
E sempre divengo fantasma, quando sento cigolare l’anta dell’armadio e sotto le sue mani mi lascio dissolvere nel nulla.

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sabato, 16 febbraio 2008, ore 10:43
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SENZA MANI

di

Cascade

 

l'occupazione principale dell'estate era decisamente giocare a pallone, anche in uno contro uno, anche da soli se necessario, tormentando il muro nella migliore delle ipotesi, o le saracinesche, come in una sorta di grido strozzato, intermittente.

però me lo ricordo benissimo che arrivavano i giorni, spesso a luglio appena iniziato, in cui il calcio ci veniva a noia, e decidevamo allora di esplorare il mondo. il mondo, allora, era racchiuso nel raggio della portata delle nostre gambe, quindi nei cinque chilometri -due in salita, uno e mezzo in pianura e uno e mezzo in discesa- percorsi ad andatura leggera.

la salita e la pianura erano in realtà solo il prezzo da pagare per la discesa che avremmo incontrato.

(qui finisce il preambolo e inizia il racconto. infatti per nessuna ragione si dovrebbero mai scrivere racconti oltre i venti righi, al più ventidue, parentesi comprese. o per lo meno, vale per me).

sul ciglio della discesa noi facevamo quello che poi avremmo imparato a chiamare stretching, imitando i ciclisti della coppa del mondo. io mi ricordo che muovevo il collo e mi massaggiavo le cosce. poi qualcuno scattava, e allora partivamo tutti, e il gioco era fare tutta la discesa, curve comprese, senza mani.

avevo dimenticato tutto, ma poi girando un pomeriggio per le campagne ho riconosciuto i dintorni, la discesa, sgranando gli occhi: attraversavamo con nonchalance una strada provinciale, a tutta velocità; d'altronde andavamo troppo veloci per controllare se ci fossero auto in arrivo, non potevamo permetterci di aspettare ed arrivare dopo.

e l'ho capito subito che niente è cambiato da allora, ed è così: la volevo e ce l'ho una vita a forma di discesa senza mani, senza paura, con incosciente perizia.





IL REGALO

di

Cristiana Stefanelli
 
Mi sentivo perfetta con la cuffia di pizzo a punta, il cestino di mimose, le guance rosse e le lentiggini truccate sul viso. Anche i miei fratelli erano andati forte, Mario vestito da Zorro e Angelo, il più piccolo, da scozzese, con kilt e baschetto in tinta. Al rientro a casa eravamo ancora elettrizzati dalla festa, ognuno, a modo suo, con un sacco di cose da raccontare. Entro in cucina e mi accorgo subito che c'è qualcosa di strano. L'espressione della mamma, lo sguardo del papà. La convocazione plenaria “Ragazzi, venite tutti qui”, l'esitazione nel fare una domanda tanto comune “Vi siete divertiti?”, la risposta “Ho vinto il primo premio per il costume!” che non provoca nessuna reazione. 
“Io e papà abbiamo un regalo per voi.
Avrete un fratellino”.
Non so se Angelo capisce, è tanto piccolo; Mario abbraccia la mamma, le tocca la pancia. A me, un pugno nello stomaco. E' così scorretto. Ho addosso quell'abito ridicolo, la faccia dipinta da idiota e visualizzo, per la prima volta, la mia mamma penetrata dal papà. L'intruso dentro di lei. Il suo ventre che, di nuovo, si gonfierà. Non ho difese mentre mi impongono uno sconosciuto. Ancora pazienza, nuove responsabilità. Amano un altro. E pretendono che ne sia felice.
“Il bambino è tuo. Non chiedermi mai di prenderlo in braccio. Non chiedermi mai di toccarlo. Non chiedermi mai di aiutarti”. Mi chiudo a cambiarmi in camera mia.
Con mia madre ho ricominciato a parlare dopo tre mesi. Mio fratello l'ho preso in braccio per la prima volta a sei. Adesso lo adoro. Ma io, figli, no.
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venerdì, 15 febbraio 2008, ore 09:16
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LU SCANTU

di

Fenchurch

La zia Nnetta abitava al pianterreno di una casa popolare, meta di pellegrinaggi da Siracusa e dintorni. Era un’aggiustaossa e una majara; sapeva accomodare distorsioni e cancellare fatture, poiché univa la conoscenza di antichi riti a una straordinaria abilità manuale.

Mi portò da lei mio padre un pomeriggio, con la scusa di farle visita. Appena mi vide mi sollevò il mento, che arrivava all’altezza del suo vasto petto, e mi squadrò attenta, abbassandomi la palpebra inferiore col ruvido pollice. “E chi havi sta picciridda? Troppu janca è”, esordì. Mio padre rispose che appunto il mio pallore, unito al mio scarso appetito l’avevano preoccupato, e continuò: “Chi diciti, zia, havi lu scantu?”

A quelle parole sentii accentuarsi il languore che da giorni mi torturava la bocca dello stomaco.

La zia Ninetta mi portò in una stanzetta, dove, fattami sdraiare su un lettino, cominciò la sua opera di sciamana. Spinse a fondo la mano sotto il mio sterno, saggiando al tatto la diagnosi che aveva fatto in un’occhiata. Quindi accese una candela, scaldò alla fiammella di questa un piattino colmo d’olio, vi immerse le dita e massaggiò a lungo, con movimenti circolari, il punto esatto dove  si concentrano le pene che la lingua non sa esprimere, né la mente chiarire a stessa. Nel far questo, recitava a mezza voce una litania, nella quale distinguevo solo, ripetute più volte, le parole “Spiritu Santu”.

A lungo durò la cerimonia, che mi lasciò la pancia indolenzita. Mio padre offerse un obolo di ringraziamento, come d’uso; e uscendo da quella casa mi diede un buffetto sulla guancia e mi sorrise.

Non so se fu il sorriso di mio padre, o il sollievo d’esser uscita da quelle mani, o se davvero il rito della zia m’avesse tolto lo spavento; so solo che quella sera scese dolce, e andai lieta a giocare.




ACROSTICO 

di

Marica Petrolati


  

 
Io credevo che se uno c'ha la laurea, vuol dire che è una persona intelligente.
Che non gliela puoi fare sotto al naso, per più di una volta.
Invece mi sa che mi sbagliavo, perché questo dottore qua non mi pare tanto furbo.
Tutti i giorni mi manda a chiamare: mi tiene un’ora qui con lui, mi fa delle domande sceme, scrive distrattamente su un blocco e poi, per metà del tempo,