Ricordate il gioco/concorso "Corto si può fare"?, Beh, ce l'abbiamo fatta! Alcuni dei racconti pubblicati sul blog (che già avevano subìto una selezione) sono stati pubblicati su carta. Quindi è con somma gioia et soddisfazione che le solite due (Barbara Garlaschelli & Daniela Losini) avvisano i gentili frequentatori di questo blog che:
è uscito il numero 79 della Rivista TRATTI, Autunno 2008, edita dalla sempre ammirabile casa editrice MOBYDICK (diretta dall'ammirabile Guido Leotta).

Belle storie.
Se avete voglia di leggerle in questo blog, inviatele all'indirizzo cortosipuofare@gmail.com
Come sempre l'unico criterio di selezione è che devono piacere alla sottoscritta.
NON farò analisi dei testi, semplicemente pubblicherò quelli che mi piacciono (avvisando con una mail personale)
Non ci sono scadenze, né per voi né per me.
Non devono essere più lunghe di due cartelle (6000 battute circa)
Non si vince niente, se non il piacere di essere letti e di leggere.
Mi pare tutto. Se vi va, spedite.
ps: per precisare: NON si tratta di una riproposta di "Corto si può fare", ma dell'uso dell'indirizzo che già esiste.
Pensavate che ci fossimo dimenticate, eh? Si è invece lavorato ai fianchi del bravo e illuminato Editore Guido Leotta di Moby Dick che ha scelto 31 racconti dalla nostra iniziativa “Corto si può fare” e, udite udite, saranno pubblicati per la rivista Editoriale TRATTI , nel numero TRATTI D’AUTUNNO.
Io e Daniela abbiamo già avvertito tutti gli autori via mail, che sono, coi rispettivi racconti:
MA NON ERA SOLO QUELLO - di Barbara Gozzi
L'UFFICIO PICCOLISSIMO - di Marica Paladino
CUGINI STAGNINI - di Matteo Ongari
IO E' UN ALTRO – di Lino Di Gianni
URBAN SIGNS – di Renata Maccheroni
CONFESSIONI DI UN IPOCONDRIACO – di Antonio Varriale
TUTTO COMINCIO' CHE – di Elena Vesnaver
IN PARADISO – di Annalisa Ferrari
LA COMPAGNIA DELL'AGENTE – di Stefano Bernazzani
FOTO ELEMENTARE – di Petarda
RACCONTI IMMORALI – di E.l.e.n.a.
NON FARE IL CONIGLIO – di Ladypazz
IO ARISTIDE BENASI – di Francesco Laviano
COSA MANCA – di Daniele Muriano
SILENZI – di Viola Carrodano
ORRORE – di Luca Menotti
PAN PER FOCACCIA – di Vincenzo Comito
NEL BUIO – di Lorenzo Pieff
FUGHE – di Zena Roncada
LA VITA DEI MORTI – di Raffaele Serafini
VUOTO A RENDERE – di Tracina
PROFILO – di Giorgio Sannino
ACROSTICO – di Marica Petrolati
E IL GATTO VUOL SOLO GIOCARE – di Misha
DORMI, AMORE – di Patrizia Spinetta
DIPLODOCO – di Bartelio
(SENZA TITOLO) - di Bastax
PELLE – di Massimo de Nardo
RIFRAZIONE – di Notimetolose
RACCONTO DI NATALE – di Antonella Anzalone
RITROVARSI – di Annamaria Trevale
Per quanto riguarda la prenotazione della rivista, chiunque sia interessato, può prendere contatto a questo indirizzo mail e prenotarla (gli autori, invece, nella mail troveranno tutte le specifiche istruzioni da seguire che li riguardano).
Ora che l’annuncio è ufficiale, potete - e possiamo - esserne soddisfatti!
Vostre
Barbara & Daniela
E così, siamo arrivati alla fine del gioco. Corto si può fare termina qui. Abbiamo pubblicato tutti i racconti selezionati.
I criteri di scelta, come sapete, sono stati tre: lunghezza, uso della prima persona e gusto personale delle selezionatrici.
Vogliamo ringraziarvi, tutti, di cuore. Coloro che sono stati pubblicati e coloro che non lo sono stati. Chi ci ha seguito con i suoi commenti e chi ci ha seguito in silenzio. Chi ha incoraggiato e chi stroncato. Chi ha saputo giocare e divertirsi con noi. Chi ha cercato di coinvolgere più gente possibile, facendoci da eco.
E' stato più impegnativo del previsto, e più coinvolgente. Di questo, io e Daniela, ve ne siamo grate.
Cercheremo, come detto all'inizio di questa avventura, di trovare un piccolo editore "su carta" che li voglia pubblicare. O magari penseremo a un'altra soluzione. Vi terremo aggiornati.
Di sicuro, ci piacerebbe ripetere l'esperienza, in forma diversa. Già si delineano idee...
Nel frattempo, il mio desiderio (e scrivo in prima persona come "padrona di casa") è che questo blog sia una sorta di piazza, di luogo aperto: alle parole, ai pensieri, alle storie, alle immagini. Non solo le mie, ma di tutti quelli che vogliono partecipare.
Utilizzate pure la casella postale de Corto si può fare per mandare il vostro materiale (però, vi prego, non cose lunghissime perché se no non ce la faccio).
A presto.
Un abbraccio a tutti voi, da Barbara e Daniela.
Ho passato la maggior parte della mia vita a scrivere. E' un'attività solitaria. Si sta seduti nella propria stanza e si scrive. E dalla solitudine si entra in contatto con tutti.
Saul Bellow
DESTINI
di
U.N. Known
LA LEGGEREZZA DEL DOLORE
di
Gian Pietro Leonardi

RIFRAZIONE
di
Notimetolose

IL SU' NONNO
di
Fran


di
Bastax
LIBERA
di
Chiara Passerella
Per natura ho un carattere volitivo e ribelle. Non amo riconoscere l’ordine costituito e mal sopporto le gerarchie, soprattutto quelle imposte con il sopruso e conquistate senza merito: con rigore morale e apparente buona disposizione riesco però a rispettare le regole. Quello di sembrare sottomessa è un’ esercizio di volontà: tengo il pensiero vigile e la mente in allenamento, così facendo mi sento libera. Ho anche uno spiccato senso dell’ironia, con facilità riesco a cogliere i tratti caratteristici e i difetti delle persone e quando qualcuno mi offende o mi tiranneggia trovo un nomignolo corrispondente alle sue peculiarità e ne rido sommessamente: il sadico di turno si trasforma in vittima.
DIPLODOCO
di
Bartelio
L'altra mattina uscendo di casa ho incontrato un dinosauro. Era un diplodocus hallorum, esemplare raro, dice Wikipedia. Stava fermo proprio dietro la mia auto.
-Potrebbe spostarsi?- ho chiesto.
-Sa - ho accennato facendo segno con la mano.
Il diplodocus s'è voltato leggermente dalla mia parte, poi ha ripreso a rosicchiare le foglie dell'acero sotto il quale stava parcheggiata la macchina.
Mi sono messo a tamburellare le dita sulla manica del giubbetto.
-Senta, mi scusi, non vorrei sembrarle insistente, ma ho il treno tra dieci minuti e sa un appuntamento di lavoro piuttosto importante.
La bestia - mi scuso se la definisco tale - si è voltata di nuovo.
-Guardi, mi sposterei volentieri ma proprio non posso, ho una leggera, ma fastidiosa afflizione proto dentaria, vede qui? - ha detto aprendo la bocca (enorme, a dire il vero).
Mi sono grattato la testa e in punta di piedi ho osservato la dentatura.
-Mah, vede, non che ci capisca granché, però credo che la situazione non peggiorerebbe se si spostasse appena un po' più in là, non trova?
-Eh, la fa facile, lei. Vede, quest'acero è stato consigliato dall'associazione medici dentisti.
-Per la cura dell'afflizione proto dentaria? – ho chiesto abbastanza retoricamente.
-Eggià - ha risposto.
-Vabbé, e crede che ne avrà ancora per molto - ho fatto.
-Mah, il tempo necessario, masticare con giudizio almeno trentasei volte, dicono le avvertenze. - Detto questo, mi ha mostrato un fossile che non sono riuscito a interpretare.
Oh beh, mi sono detto, tanto vale ritornare di sopra.
Mi sono seduto al tavolo della cucina e ho divorato un intero pacchetto di macine, circa 300 grammi. Di seguito ho consultato televideo e poi schiacciato un pisolino.
Quando mi sono svegliato, il dinosauro era ancora là.
CASINO'
di
Silvana Ponsero
DORMI, AMORE
di
Patrizia Spinetta
Non se n’è mai accorto. O forse sa e finge.
Non sono capace di amare costantemente.
Mi hanno insegnato che è l’unico modo possibile. Quello giusto. Ci ho provato, ma con me non funziona.
E’ nato così il nostro rito.
Ho scelto una tisana all’origano e fiori d’arancio e gli ho comprato una tazzanuova. È di ceramica bianca spruzzata di lune azzurre, sul bordo interno c’èscritto frihet ripetuto più volte: quando se la porta alla bocca ècostretto a leggere, come un messaggio subliminale incastrato tra i fotogrammidi uno spot pubblicitario.
Poi ho comprato un sonnifero. Ne ho comprato dieci flaconi e li ho rovesciati in un’ampolla di vetro. Mi piace rigirarmela tra le mani e osservare i riflessi violacei sul liquido incolore. Prima di scegliere, ne ho provati una decina: volevo un sonnifero che non censurasse i sogni, non alterasse il ritmo delsonno e non lasciasse la bocca impastata al risveglio.
All’inizio, ne avevo bisogno una volta al mese. Ora non succede più con regolarità ma ne ho la premonizione alcuni giorni prima, il tempo necessario a pianificare i dettagli della celebrazione.
Quando sono pronta, metto a bollire l’acqua a fuoco lento. Mi faccio una doccia. Mentre la tisana è in infusione mi fumo una sigaretta, ascoltando KarmaPolice. Verso il liquido nella tazza mescolato a una trentina di gocce cheprelevo con un misurino dall’ampolla, e lo chiamo in cucina. Gli offro la pozione e, mentre sorseggia, chiacchieriamo e gli sorrido. Poi ci spostiamo in camera da letto. Rimango con lui finché non si è addormentato.
Non rifiuta quasi mai; anzi, qualche volta è lui a chiedermelo.
Mi confida che, dopo averlo fatto, i risvegli insieme sono più belli.
Quando sta per svegliarsi, torno. Non mi è mai capitato di arrivare in ritardo. Al limite, forse, ma mai oltre.
Al buio mi spoglio, mi infilo sotto le coperte e aderisco al suo corpo.
Mi addormento.
Dove vado nel frattempo, non l’ho mai detto a nessuno.
CANI SCIOLTI
di
Daniela Pennacchia

E IL GATTO VUOL SOLO GIOCARE
di
Misha
SENZA MANI
di
Cascade
l'occupazione principale dell'estate era decisamente giocare a pallone, anche in uno contro uno, anche da soli se necessario, tormentando il muro nella migliore delle ipotesi, o le saracinesche, come in una sorta di grido strozzato, intermittente.
però me lo ricordo benissimo che arrivavano i giorni, spesso a luglio appena iniziato, in cui il calcio ci veniva a noia, e decidevamo allora di esplorare il mondo. il mondo, allora, era racchiuso nel raggio della portata delle nostre gambe, quindi nei cinque chilometri -due in salita, uno e mezzo in pianura e uno e mezzo in discesa- percorsi ad andatura leggera.
la salita e la pianura erano in realtà solo il prezzo da pagare per la discesa che avremmo incontrato.
(qui finisce il preambolo e inizia il racconto. infatti per nessuna ragione si dovrebbero mai scrivere racconti oltre i venti righi, al più ventidue, parentesi comprese. o per lo meno, vale per me).
sul ciglio della discesa noi facevamo quello che poi avremmo imparato a chiamare stretching, imitando i ciclisti della coppa del mondo. io mi ricordo che muovevo il collo e mi massaggiavo le cosce. poi qualcuno scattava, e allora partivamo tutti, e il gioco era fare tutta la discesa, curve comprese, senza mani.
avevo dimenticato tutto, ma poi girando un pomeriggio per le campagne ho riconosciuto i dintorni, la discesa, sgranando gli occhi: attraversavamo con nonchalance una strada provinciale, a tutta velocità; d'altronde andavamo troppo veloci per controllare se ci fossero auto in arrivo, non potevamo permetterci di aspettare ed arrivare dopo.
e l'ho capito subito che niente è cambiato da allora, ed è così: la volevo e ce l'ho una vita a forma di discesa senza mani, senza paura, con incosciente perizia.
La zia Nnetta abitava al pianterreno di una casa popolare, meta di pellegrinaggi da Siracusa e dintorni. Era un’aggiustaossa e una majara; sapeva accomodare distorsioni e cancellare fatture, poiché univa la conoscenza di antichi riti a una straordinaria abilità manuale.
Mi portò da lei mio padre un pomeriggio, con la scusa di farle visita. Appena mi vide mi sollevò il mento, che arrivava all’altezza del suo vasto petto, e mi squadrò attenta, abbassandomi la palpebra inferiore col ruvido pollice. “E chi havi sta picciridda? Troppu janca è”, esordì. Mio padre rispose che appunto il mio pallore, unito al mio scarso appetito l’avevano preoccupato, e continuò: “Chi diciti, zia, havi lu scantu?”
A quelle parole sentii accentuarsi il languore che da giorni mi torturava la bocca dello stomaco.
La zia Ninetta mi portò in una stanzetta, dove, fattami sdraiare su un lettino, cominciò la sua opera di sciamana. Spinse a fondo la mano sotto il mio sterno, saggiando al tatto la diagnosi che aveva fatto in un’occhiata. Quindi accese una candela, scaldò alla fiammella di questa un piattino colmo d’olio, vi immerse le dita e massaggiò a lungo, con movimenti circolari, il punto esatto dove si concentrano le pene che la lingua non sa esprimere, né la mente chiarire a stessa. Nel far questo, recitava a mezza voce una litania, nella quale distinguevo solo, ripetute più volte, le parole “Spiritu Santu”.
A lungo durò la cerimonia, che mi lasciò la pancia indolenzita. Mio padre offerse un obolo di ringraziamento, come d’uso; e uscendo da quella casa mi diede un buffetto sulla guancia e mi sorrise.
Non so se fu il sorriso di mio padre, o il sollievo d’esser uscita da quelle mani, o se davvero il rito della zia m’avesse tolto lo spavento; so solo che quella sera scese dolce, e andai lieta a giocare.
ACROSTICO
di
Marica Petrolati